Raccontare 80 anni di storia della Pallacanestro Varese vuol dire fare un viaggio ben oltre lo sport, vuol dire entrare dentro i sentimenti, le emozioni, l’intimo, di tutti coloro che hanno il biancorosso nel cuore. Per fare un esercizio così complicato, così importante, così carico di significato servono allora grande cura, passione, competenza e più di un tocco di umanità, che poi lo stesso che aiuta ed è la base della descrizione di ogni singolo personaggio che di questa storia ne è stato protagonista.

Nasce così “Romanzo varesino: l’incredibile storia della Pallacanestro Varese in 80 ritratti”, libro scritto dal collega Fabio Gandini ed edito da More News ed allora siamo andati a cercare di capire proprio con l’autore come sia nato questo volume che rappresenta, per tutti coloro che hanno nel cuore il club biancorosso ma più in generale che amano la pallacanestro, un testo assolutamente da non potersi perdere.

Come si scrive un libro così importante a livello di carico di responsabilità?
“Questo carico di responsabilità l’ho sentito molto durante tutto il lavoro che è stato fatto, ma è stato molto gioioso e piacevole come carico. C’è un grandissimo orgoglio verso il nostro passato che connatura, poi, il nostro presente. Dico nostro, perché da giornalista ma ancora prima da tifoso e da persona che ama la Pallacanestro Varese vede la storia di questa società come un patrimonio da valorizzare, ancora di più oggi che ci sono dei nuovi tifosi e certe fatti, certe vittorie, certi giocatori si stanno perdendo nel tempo perché questo passa, ma quell’orgoglio, quella storia, quelle emozioni sono vive ogni volta che entri al palazzetto. Sono vive per il solo fatto di chiamarsi Varese. Questo è il pre, poi ti ci tuffi dentro e scopri personaggi, bivi, episodi sportivi che sono meravigliosi”.

Cos’ha voluto dire addentrarsi dentro questa storia?
“Qualsiasi giornalista, o tifoso un minimo informato, sa tutto dell’epopea degli anni ’70 ma quella è come la copertina che ti attrae. Poi quando ti addentri in questa storia scopri che ci sono i 25 anni prima che sono lo stesso gonfi di personaggi molto importanti che hanno posto le basi di quei trionfi: storie di personaggi sconosciuti ai più ma fondamentali. Ci sono i bellissimi anni ’80, anche perché sfortunatissimi quindi c’è il dramma legato al gioco e ai giocatori. Gli anni ’90 con lo scudetto del ’99 che nasce dalla famosa estate di Pila del ’93-’94, con Varese che non riesce a salire dall’A2 dopo il primo anno ed è un fallimento, allora si affida ad un costruttore come Dodo Rusconi, si ritrova a fari spenti in questa località di montagna a faticare con una nuova formamentis: i giovani, lo sguardo ad est con l’arrivo di Komazec, tutto nasce lì”.

Mi pare di capire che all’interno di questo romanzo ci sia un’attenzione particolare alle sfumature. Com’è andato a toccarle?
“Questa domanda mi serve per specificare che le storie di questi 80 giocatori non sono biografie e ovviamente non ci sono tutti i giocatori che sono passati da Varese. Ho cercato di raccontare ogni personaggio prima come uomo e poi come giocatore e li ho scelti in base alla profondità storica che potessero dare al racconto”.

Come li ha scelti questi 80 personaggi?
“Non è stato facile, 80 sono pochi e sono tanti. Pochi perché ovviamente se dovessimo pensare ad una completezza che va a toccare tutti i giocatori dei singoli roster, tanti sono rimasti fuori. Sono tanti se uno pensa ai soli campionissimi o a solo quelli che hanno vinto qualcosa, perché allora avrei dovuto lasciare fuori tutti quelli dallo Scudetto della Stella in poi e non sarebbe stato giusto. Ho quindi guardato agli anni passati in Pallacanestro Varese, all’importanza nelle vittorie e quando queste non ci sono state mi sono affidato alle sensazioni. Ci sono poi anche gli antieroi, come Matthews, come Podkolzin, che raccolgono tanto della curiosità nel conoscere la loro storia che mi ha spinto a raccontarli”.

Il personaggio più facile e quello più difficile da raccontare?
“I più difficili sono stati alcuni giocatori degli ultimi 26 anni. Innanzitutto perché chi ha già finito di giocare o chi non c’è più, buon’anima, ha un inizio ed una fine ed è più facile raccontarli anche se poi, in realtà, a volte sono dovuto andare indietro ad 80 anni fa parlando di personaggi con vite e storie completamente diverse e lontane dalle nostre e dal contesto attuale. Non so se riesco a fare dei nomi, non è stato facile né da un lato né dall’altro”.

Nel momento in cui ha terminato l’ultima rilettura del libro che cosa ha provato?
“Orgoglio e paura ti direi. Orgoglio di essere riuscito ad arrivare fino in fondo ad un’opera non facile, perché 80 personaggi sono tanti, ma orgoglio anche per aver fatto questo lavoro. Nessuno aveva messo insieme tutti questi 80 anni benché ci siano volumi di grandissimo rilievo, come gli almanacchi del buon Augusto Ossola, il libro dello sport varesino scritto da Antonio Franzi e molti altri, le biografie di Tadini, il libro di Massimo Turconi sullo Scudetto della Stella, tutte fonti che per questione di opportunità non avevano mai messo insieme però 80 anni. La paura, ovviamente, insita in ogni prodotto che viene destinato ad un pubblico ed un pò per il timore di aver perso o non spiegato qualcosa, di aver seguito una fonte sbagliata e di non accontentare le aspettative con cui qualcuno si approccia a questo libro. Quest’ultima però passa, perché un libro è un’opera artistica, anche nella sua semplicità com’è questo libro e parte dalla sensibilità di ciascuno”.

Alessandro Burin

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