Ad un centimetro dal sogno in un passo che vale il ritorno alla realtà. Si ferma sull’86-83 in favore di Treviso la corsa della Pallacanestro Varese verso le Final Eight di Coppa Italia, verso quello che sarebbe stato un sogno perché avrebbe riconsegnato ai biancorossi la possibilità, concreta, di potersi giocare un trofeo, perché avrebbe dato alla Openjobmetis ed a tutto il suo popolo la possibilità, finalmente, di vedersi finalmente lontana da un senso d’incompiutezza che stamane attanaglia qualsiasi persona abbia a cuore i colori biancorossi.

La sconfitta di Trevsio è arrivata in maniera inaspettata visto l’ultimo mese giocato dai ragazzi di coach Kastritis che con grande merito, fatica, sudore, abnegazione, avevano reso obiettivo qualcosa che solo un mese e mezzo fa sembrava utopia, prendendo in mano il proprio destino ed avendo la possibilità di scriverlo indipendentemente dagli altri. Proprio per questo l’amarezza del post sconfitta sul parquet del PalaVerde si amplifica, diventa rimbombante nella testa e nei cuori di chi, alle Final Eight di Coppa Italia ci ha creduto davvero.

Ma se la caduta di Iroegbu e compagni è stata inaspettata per le prerogative non lo è stato per quanto visto in campo: un gruppo apparso stanco, fuori ritmo mentale e fisico, non pronto per giocare una partita che avrebbe richiesto il massimo della concentrazione e dello sforzo tenuto conto che di fronte c’era un avversario con le spalle al muro davanti al proprio pubblico, chiamato ad una reazione di carattere ancora prima che di tecnica. Carattere che a Varese è mancato sensibilmente nel primo tempo, complice una settimana di allenamenti complicata per via di un virus che ha debilitato a turno tutti i componenti della squadra, complice l’assenza del miglior giocatore dell’ultimo periodo, sicuramente il più carismatico del gruppo biancorosso, quello in grado di trascinare i compagni con la sua intensità, la sua energia, la sua velocità: Tazé Moore.

Ingredienti, questi, di un primo tempo da horror movie, cui si è sommata una giornata drammatica ai tiri liberi (12/23 complessivo) ed una stanchezza complessiva culminata nel parziale di 19-5 che dal 61-69 del 33′ ha portato all’80-75 del 37′, ribaltando la partita e ridimensionando i sogni di una Varese che si riscopre corta (come fu con Udine quando bastò l’assenza di Alviti per scardinare l’equilibrio di tutta la squadra), fragile nella testa e nelle gambe, non pronta a quel salto nelle grandi che le settimane precedenti avevano fatto assaporare.

Perché la realtà dice che serve di più, perché pensare di vivere una stagione finalmente con lo sguardo rivolto in avanti e non all’indietro con rotazioni così ridotte, puntando sul 6+6 ma “regalando” un americano a giornata, è oggettivamente complicato, benché Varese nell’ultimo mese, con grande merito, si fosse guadagnata il diritto a sognare, salvo poi veder svanire questo sogno ad un centimetro dalla sua realizzazione, in un passo che riporta i biancorossi con i piedi per terra, in una realtà che dice che ora quello sguardo che fino a prima di Treviso era solo rivolto in avanti ora va riposto anche a chi sta dietro, consci del fatto che per fare il definitivo salto di qualità, evidentemente, serve qualcosa di più sotto tutti i punti di vista.

Alessandro Burin

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