
“Oltre il canestro, la mia vita nel basket“. Il nuovo libro di Ottorino Flaborea, per tutti Flabo, per i tifosi della Pallacanestro Varese semplicemente Capitano Uncino, è un volume che permette di fare un viaggio nella storia più vincente del club biancorosso, entrando nell’intimo di uno dei protagonisti principali di quella squadra gloriosa (15 titoli complessivi vinti in maglia gialloblù), la grande Ignis, che scrisse pagine indelebili del basket gialloblu, italiano, europeo e mondiale.
Una storia che va oltre però la sola pallacanestro, che parla anche della vita privata di Flabo, del suo percorso di allenatore e del suo ruolo di mentore per tanti ragazzi, in quell’essere chioccia che nacque proprio come ruolo in maglia gialloblu: “Sono nato sotto le bombe, ricordo bene quel periodo e da lì parte il mio racconto: da come sono arrivato alla pallacanestro, passando prima dal calcio. All’inizio è stata dura, poi la bravura e la passione mi hanno aiutato a emergere. Prima a Biella, poi “papà” Bulgheroni è venuto a prendermi per portarmi a Varese“.
I ricordi di quella straordinaria avventura ai piedi del Sacro Monte: “L’inizio fu difficile: i primi tre anni furono complicati, tanto che nel 1967 stavo per andarmene a Udine. Mi rifiutai di andare in Serie B anche per tenermi aperta una possibilità di convocazione per le Olimpiadi dell’anno dopo. Fu un lungo tira e molla che mi portò a stare in panchina nelle prime due partite; poi, dalla terza, partii per Napoli e alla prima in quintetto vincemmo proprio contro Varese. Per noi fu una grande stagione, tant’è che Varese mi richiamò alla fine della stessa. Arrivò Ossola, si puntò su Meneghin e nacque la grande Ignis. Vincemmo subito Scudetto e Coppa Italia e, ripensandoci, forse Borghi ebbe un colpo di fortuna nel non farmi andare a Udine: se non si fosse creato quel percorso, probabilmente anche la Ignis avrebbe ritardato la sua nascita. La nostra Ignis era una squadra fatta di amici: giocavamo tutti l’uno per l’altro, non c’erano invidie. Quando arrivò Nikolic facevamo cinque ore di allenamento al giorno e, dopo, alcuni ragazzi venivano da me per stare insieme: questo dimostrava la bellezza di quel gruppo al quale feci da chioccia“.
Una storia contrassegnata da quel soprannome, Capitano Uncino, che ne ha segnato la leggenda: “Quando avevo 15 anni il mio allenatore iniziò a farmi fare passo e tiro da sotto canestro e, piano piano, alzando il tiro sia di destro che di sinistro nacque il movimento divenuto poi famoso. Vedendo che il gesto mi era congeniale ho continuato a usarlo. Era un movimento che mi permetteva di fare male a giocatori molto più alti di me sotto canestro. Divenni “Capitan Uncino” dopo la finale di Sarajevo, visto che ero capitano della squadra. Oggi quel gesto tecnico è quasi scomparso, C’è più pressione, più difesa rispetto a prima. Ora tutti collassano a rimbalzo, per questo è più difficile avere spazio per fare quel movimento. Anche in NBA è così: oltre a Kareem Abdul-Jabbar tanti altri lo facevano, ora molto meno“.
Grazie anche a quel suo gancio, la Ignis ha scritto pagine di storia uniche, passate da partite indimenticabili, come la finale di Sarajevo 1970: “Fu la vittoria più bella della mia vita. Nessuno ci dava favoriti: ci speravamo, quando siamo arrivati allo stadio abbiamo visto due arcobaleni e forse anche quello è stato un segno“.
Flaborea pivot di quel grandi gruppo ma anche simbolo di un basket che oggi non esiste più: “Il basket oggi è cambiato moltissimo così come il ruolo di pivot. Chi gioca sotto canestro oggi deve fare blocchi e andare a rimbalzo. Non fa più parte del gioco corale di una volta. In Italia è difficile vedere un pivot dei vecchi tempi“.
Come dicevamo, però, questo non è un libro che parla solo di pallacanestro ma è anche uno spaccato di storia che in tanti aneddoti identifica al meglio il cambiamento dei tempi e delle esperienze che hanno segnato la vita di Flaborea: “Se non avessi giocato a basket probabilmente avrei fatto il tornitore meccanico, professione che feci qualche anno per mantenermi. Negli anni ’50 il Veneto era una regione un po’ più povera rispetto a Lombardia o Piemonte, basti pensare che quando arrivai Biella mi sembrò di essere sbarcato in America. Ai tempi i giocatori venivano comprati per poco, io fui preso per otto palloni vecchi“.
Dalla storia ad oggi, con un passaggio sulle reali possibilità di Varese di ripercorrere i fasti di un tempo: “E’ complicato, oggi servono tanti soldi che poi non sono neanche tutto, per vincere: Servono grandi competenze ma soprattutto, ripeto, grandi investimenti e non so se Varese ha le possibilità economiche di Milano o Virtus Bologna“.
Un libro imperdibile per tutti colore che hanno la Pallacanestro Varese nel cuore, acquistabile presso la sede de “Il Basket Siamo Noi” e per una settimana alla libreria Ubik di Varese.
Alessandro Burin























