Parafrasando Giacomo Leopardi: da un lato “uno studio matto e disperatissimo”, dall’altro la pallacanestro come unica e costante valvola di sfogo e di aiuto nei momenti in cui il “peso” dei libri si faceva insostenibile. Federico Bolzonella ha vissuto così 16 anni della sua vita. 16 anni durante i quali con carattere e tenacia incredibili, scalando un centimetro alla volta la parete infida e scivolosa della fatica, ha realizzato tutti i suoi sogni raggiungendo due traguardi favolosi: giocare nella serie A di pallacanestro e conquistare la laurea in Ingegneria Meccanica.

Due obiettivi che, per gente come noi, semplici persone normodotate, sono realisticamente impossibili. Ma non per Bolzonella che dietro ad un fisico apparentemente da Clark Kent nasconde evidentemente il classico mantello da “Super Fede” e una bellissima vicenda umana e sportiva fatta di passione, coraggio, fortissima resilienza, ostinazione e altre qualità espresse al livello massimo. 

Così tra esame di Analisi Matematica e un volo a canestro concluso con un elegante lay-up; un esame di Meccanica Razionale e un esaltante tiro da 3 punti; un esame di Scienza della Costruzioni e un rapidissimo contropiede si è  sviluppata la carriera di Federico. Così: tra il morbido frusciare delle pagine di tanti testi universitari e il setoso, quasi impercettibile, “ciuff” delle retine.

Tutto da raccontare e soprattutto da citare ad esempio il percorso di Bolzonella, un ragazzo fantastico che sorretto da una straordinaria, ovvero non comune, determinazione ha saputo coniugare e portare fino in fondo due passioni, quella per lo studio e quella per lo sport, non sempre e non esattamente conciliabili in ambito professionistico.

Federico, classe 1984, giocatore di talento, con “mani d’oro”, notevole atletismo e gambe potentissime (schiacciava facile a 2 mani…), rappresenta lo strano, o meglio, l’inconsueto perchè tra un allenamento e una partita, tra una trasferta e una riunione tecnica, ha sempre trovato il tempo, ma soprattutto la forza e la concentrazione per raggiungere la vera Shangrilà della sua vita: la laurea in Ingegneria Meccanica perchè, come cantava il grande Francesco Guccini, se è vero che un laureato conta più di un cantante, questa affermazione è ancora più vera per la carriera di uno sportivo professionista. Carriera certamente certamente più breve e, spesso, in bilico e piena di incertezze.

Quindi, in sintesi, pensare al futuro e ad un domani post-basket da costruire nel modo migliore è, o dovrebbe essere, doveroso. E Federico Bolzonella l’ha fatto. Spinto dal desiderio di essere protagonista delle sue “due vite”: quella legata alla pallacanestro e quella attuale connessa con un ruolo, quello dell’Ingegnere, e a un’attività professionale davvero gratificanti.

La chiacchierata con lui inizia come da tradizione: quando, come e perché inizia la tua relazione con la pallacanestro?
“Dopo aver praticato altri sport tra i quali il nuoto e il karate arrivo al basket a 8 anni seguendo Marco Crugnola, il mio amico miglior amico di quel periodo. In compagnia di Marco prima gioco al campetto dell’oratorio di Cavagnano, il mio paese, poi mi iscrivo anch’io ai corsi di minibasket organizzati da Basket Valceresio. Nel club del mitico Dino Acerenza trovo coach Giulio Cadeo che, oltre ad essere stato un eccellente insegnante, mi ha accompagnato lungo tutto il percorso che dalle categorie giovanili arriva fino alla serie A”.

Immagino che tu abbia tantissimi ricordi legati all’attività giovanile: quali di questi vorresti isolare e raccontare?
“I ricordi che mi legano alle categorie giovanili sono numerosissimi e servirebbe una monografia per raccogliere tutti quei momenti ricchi di gioia, del piacere del gioco purissimo, fine a se stesso e, ovviamente, senza i retropensieri che caratterizzano la pallacanestro professionistica. Ricordo come particolarmente formativo e probabilmente decisivo l’anno Cadetti trascorso a Borgomanero insieme a coach Cadeo. Ho infatti il ricordo di una stagione durissima sotto tutti i punti di vista con un impegno fisico e mentale pazzesco. In quell’anno frequento la terza liceo scientifico e dopo aver mangiato qualcosa in tutta fretta salgo in macchina e via con Cadeo alla volta di Borgomanero. Mentre coach Giulio fa allenamento con la squadra Allievi, mi infilo nello spogliatoio degli arbitri per studiare e fare i compiti. A seguire c’è il mio allenamento e al termine di tutto ciò una doccia veloce per tornare a Cavagnano dove mi aspettano una cena frugale e altre due-tre ore sui libri. Però, proprio quell’annata faticosissima mi tempra facendomi capire il valore di tutti i sacrifici e dell’enorme impegno messo in campo da me e anche dalla mia famiglia a cui sarò eternamente grato per aver assecondato la mia passione. Senza il fondamentale aiuto dei miei genitori non sarei arrivato da nessuna parte”.

Dopo Borgomanero, cosa succede?
“Succede che, sempre insieme a coach Cadeo, torno a Varese, sponda Pallacanestro Varese per giocare nella squadra Juniores. In quei due anni meravigliosi gioco in gruppo molto affiatato e buono tecnicamente al punto di raggiungere le finali nazionali. Poi, a coronamento di una settimana pazzesca tra la sorpresa generale conquistiamo addirittura la finalissima per il titolo”.

Perchè parli di finalissima sorprendente?
“Noi di Pallacanestro Varese, poco considerati, in semifinale dobbiamo affrontare niente meno che Olimpia Milano, la grande favorita che in stagione regolare ci aveva rifilato due sberloni pesanti: -20 all’andata e -30 al ritorno. Tutto sembra apparecchiato apposta per celebrare la forza di Milano invece dopo una gara fantastica per carattere, grinta e determinazione grazie alla “mitica tabellata” da 3 punti di Ale Moraghi eliminiamo i milanesi e accediamo alla finalissima per giocarci lo “scudettino” contro la Virtus Siena. La squadra toscana è composta da ragazzi oggettivamente fortissimi – Coronini, Amoni, Agosta, i fratelli Bruttini, Diviccaro – che giocano già da protagonisti in serie B1, noi però pur perdendo usciamo da quella gara a testa altissima perchè, tra l’altro, giochiamo con un gruppo largamente sotto età con ragazzi nati nell’84, ’85 e anche alcuni ’86”.

Se non ricordo male sono proprio quelle finali nazionali che ti spalancano le porte verso la serie A, giusto? 
“In effetti, ricordi benissimo. In quelle finali nazionali, durante le quali gioco abbastanza bene, la giuria tecnica mi colloca nel primo quintetto e attiro l’attenzione di numerosi addetti ai lavori. Tra questi ci sono allenatori e dirigenti di Borgomanero che fanno carte false per avermi con loro in serie B1. Io però, che ho in mente di iscrivermi a Ingegneria e frequentare l’università scarto immediatamente l’ipotesi di fare il professionista delle serie minori e con gentilezza declino l’offerta dei piemontesi. Allo stesso tempo si fa avanti Pallacanestro Varese che mi propone un posto nella rosa di serie A ma, in quel caso, peggio mi sento perché l’impegno con Varese, di gran lunga superiore, non si concilia con gli studi che voglio intraprendere”.

Quindi, come si risolve la situazione?
“La situazione trova una via d’uscita grazie all’intervento provvidenziale di Alessandro Giani, ai tempi responsabile organizzativo del settore giovanile. Giani, nelle vesti di mediatore, trova una soluzione che va bene per tutti: il club al mattino mi lascia libero di andare al Politecnico di Milano per assistere alle lezioni e studiare e, per così dire, si “accontenta” di avermi agli allenamenti del pomeriggio. In quella stagione festeggio il mio esordio e i miei primi punti in serie A. In quell’attimo indimenticabile si concretizza il sogno di una vita al punto che se avessi smesso in quel preciso istante sarei stato comunque felicissimo. A quella del debutto seguono altre due stagioni a Varese. Nel secondo anno, con coach Magnano alla guida, gioco tanto e spesso anche bene sia come cambio di Jerry McCullough, sia al suo fianco formando una coppia di guardie tignose in difesa e rapidissime in attacco. Invece nella terza stagione le cose vanno meno bene a causa di una fastidiosa pubalgia che mi obbliga a molti mesi di stop forzato. Quando rientro in squadra, ormai a metà novembre, cerco di fare il meglio che posso, ma avendo saltato tutta la preparazione atletica risulta tutto più difficile e infilo prestazioni altalenanti. Per tutte queste ragioni alla fine di quell’anno lascio Varese con l’idea di rimettermi in gioco altrove”.

Arrivi a Varese come Federico Bolzonella e la lasci come “Bonzi-Boy”: come nasce questo soprannome?
“Nasce a metà tra la mia prima casella e-mail e la fantasia di Andrea Meneghin. Negli anni di Varese giochiamo insieme a Dani Becirovic che, come noto, è etichettato come Sani-Boy. Allora il Menego per esaltare la mia presenza inizia a chiamarmi Bonzi-Boy e, devo ammettere, il nickname mi piace ancora adesso”.

Dopo Varese da dove ricomincia la tua avventura cestistica?
“Da Novara, ma con la squadra piemontese il feeling non scatta mai e nella finestra di mercato invernale mi trasferisco a Firenze, in serie B1 chiamato da coach Cadeo. A Firenze gioco certamente meglio e con la squadra conquistiamo i playoff venendo eliminati da Casalpusterlengo alla fine di un match tiratissimo perso dopo 2 overtime nel quale segno 32 punti. E, caso vuole, che proprio CasalP sia il club con cui gioco per 2 anni, poi mi trasferisco a Imola, ma la mia stagione imolese dura pochissimo perchè dopo 6 partite mi rompo il legamento crociato del ginocchio. Torno a Varese e per la riabilitazione/rieducazione al Campus mi affido ad un super professionista come Cecco Lenotti il quale mi riporta ad uno splendido stato di forma. In agosto sono pronto per ricominciare a Piacenza. Per 10 partite gioco benissimo segnando 14 punti di media, ma all’undicesima giornata mi infortuno gravemente alla caviglia, finisco in anticipo la stagione e rivedo un calvario che già conosco: intervento chirurgico e riabilitazione varesina sempre affidato alle “amorevoli” cure di Prof. Cecco Lenotti. La stagione successiva, anno 2011-2012, mi arriva, decisamente inaspettata, l’offerta da Pallacanestro Cantù in serie A1 ed Eurolega. Ricordo quello trascorso a Cantù come un anno strepitoso perchè, pur giocando poco o niente, solo 7 presenze centellinate con 10 punti totali, ho l’onore di far parte della squadra più forte della mia carriera: Basile, Micov, Markoshvili, Leunen, Mazzarino, Shermadini, Cinciarini, Ortner, Marconato. Un gruppo che sfiora l’ingresso nelle Final Eight di Eurolega ed esce a gara-5 nei playoff scudetto. Dopo la A1, chiamato da coach Gigi Garelli, scendo di nuovo in B1 a Castelletto Ticino per disputare una stagione controversa. Personalmente, dopo un anno speso ad allenarmi con i fenomeni della serie A1, gioco una pallacanestro di livello superiore, segno quasi 16 punti di media e vinco la Coppa Italia. Tuttavia, lontano dal parquet le cose vanno abbastanza male per via di una società alle prese con serissimi problemi economici e, quindi, stipendi saltati per 6 mesi, lodi arbitrali, il solito corollario di guai e, a fine campionato, la scomparsa del club. Nel 2013-2014 coach Garelli mi vuole ancora con lui a Latina invitandomi a sposare un nuovo progetto tecnico, ma in serie B2 e nel caso di specie le mie perplessità sono tantissime”.

Perché non avevi inserito Latina tra le opzioni possibili?
“Prima di tutto perché in quel periodo Latina gioca in serie B2 e, lo dico con un pizzico di presunzione, dopo un super campionato in B1 penso di meritare qualcosa di più. Poi perché in quel momento Latina mi sembra davvero troppo, troppo lontano dalla mia Varese. Così, con un po’ di pregiudizi parto verso il centro Italia e, come accade solo nelle favole, laggiù faccio l’incontro della vita perché un paio di settimane dopo il mio arrivo conosco Silvia. Per entrambi scocca la classica scintilla del grande amore che dopo una lunga convivenza, ben 5 anni trascorsi peraltro a Varese, ci conduce al matrimonio celebrato nel 2017 e successivamente alla nascita dei miei figli: Mia, nata nel 2017, e Nicolò, nato nel 2021”.   

Latina-Varese è un incrocio “magico” nella tua vita: giusto?
“Certo, giustissimo. Infatti l’ottima stagione di Latina, coach Franco Passera mi chiama alla Robur Varese affidandomi il ruolo di leader di un classico gruppo roburino: due-tre giocatori esperti e tanti giocatori giovani da lanciare nell’empireo cestistico. In Robur vivo quindi tre anni stupendi coronati dalla vittoria in Coppa Italia, da una semifinale playoff, da un titolo di capocannoniere in serie B2 con 18 punti di media partita e da enormi soddisfazioni nel vedere crescere il progetto iniziale. Il tutto, sottolineo con forza, portando avanti in parallelo il mio progetto di vita: studiare per conquistare finalmente la laurea magistrale in ingegneria meccanica. Infatti dal mattino fino a metà pomeriggio sono al Politecnico di Milano per seguire le lezioni mentre la sera sono sempre presente agli allenamenti. Al termine del fantastico triennio roburino scendo di categoria e gioco per 2 anni al 7 Laghi Gazzada. Nel club gialloblu, in un ambiente gradevole, simpatico, molto famigliare e accogliente in cui nel giugno 2019, allo scoccare dei 35 anni, chiudo definitivamente la mia avventura nella pallacanestro con 350 presenze e 4300 punti nei vari campionati nazionali”.

In mezzo a tutto ciò c’è la maglia azzurra: com’è stata la tua esperienza in Nazionale A?
“Ho un ricordo meraviglioso del periodo, 2007-2009, in cui coach Carlo Recalcati, mi convoca per far parte del gruppo che vince il Giochi del Mediterraneo. Una convocazione totalmente inaspettata perchè in quegli anni gioco in serie B1 e non è prassi comune dare spazio a giocatori del terzo campionato nazionale italiano. Quindi, devo tantissimo a coach Charlie per avermi dato fiducia e la carica necessaria per superare tutte le fasi di selezione. Così, quando al termine dell’ultimo raduno, quello decisivo, nella sala dove teniamo le riunioni tecniche vedo il mio nome in mezzo a quelli di Datome, Belinelli, Bargnani, Cavaliero tra i convocati per i convocati per i Giochi del Mediterraneo a Pescara quasi cado per terra dalla felicità”.

A proposito di felicità: mi sembra di capire che il 2019 sia il tuo anno da ricordare…
“Più che il 2019 direi, utilizzando il linguaggio sportivo, tutta la stagione 2018-2019 perché il 2 settembre 2018 nasce Mia, la mia prima figlia e qualche mese più tardi, nella primavera del 2019 arriva finalmente la Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica e, gioia sublime, ritiro la pergamena di dottore avendo in braccio la mia bimba”.

Cos’ha significato il raggiungimento di quel “pezzo di carta”?
“La laurea ha avuto mille significati, tutti importantissimi e, per me, imparagonabili. Se arrivare a giocare in serie A è stata la realizzazione di un sogno durato anni, con la laurea in ingegneria ho materializzato il sogno di un’intera vita e, credimi, niente mi ha dato più soddisfazione che concludere positivamente un percorso di studi per il quale mi sono veramente “spaccato in due” dalla fatica. Al confronto la carriera da professionista nel basket è stata una tranquilla passeggiata”.

Per lo studio il basket ti ha più dato o più tolto?
“Premessa assolutamente doverosa: il basket mi ha messo sempre a dura prova e, devo dirlo, è stato tutta la mia vita. Le emozioni provate giocando a pallacanestro sono impagabili e irripetibili ma è anche vero che a questo sport ho dato tutto me stesso fino all’ultima goccia di sudore.  Tuttavia, rispondendo alla domanda, devo dire che la pallacanestro mi ha più tolo in termini di tempo, energie fisiche e risorse nervose. Tenere assieme basket e studi universitari è stato durissimo e, per dire, i miei genitori, temendo che scoppiassi lungo la strada, mi avevano consigliato di lasciar perdere studio, libri ed esami universitari. Io invece con tenacia e una “cazzimma” che non pensavo nemmeno di possedere mi sono detto un milione di volte: “Fede, non mollare. Devi farcela. Costi quel che costi!” E in qualche modo ‘sta laurea, anche se ho impiegato 16 anni, dal 2003 al 2019, l’ho portata a casa e la fatica vera, quella che ti spacca in due sotto il profilo mentale e ti prosciuga fisicamente, l’ho fatta per studiare. Al confronto la pallacanestro anche nei momenti più duri è stata una serena passeggiata”. 

Adesso in cosa consiste il tuo lavoro?
“Sono ingegnere dell’automazione in un’azienda farmaceutica e seguo da vicino le linee di produzione”.

A questo punto, come sempre, ti tocca il gravoso compito delle “nomination” partendo da: la tua squadra del cuore a livello giovanile? 
“In realtà le squadre giovanili che ricordo con affetto sono  due: il gruppo Cadetti della Valceresio 1999-2000, tra cui figura uno dei miei migliori amici Marco (numero 20) quello grazie al quale ho iniziato a giocare a pallacanestro. Poi c’è la squadra Juniores della Pallacanestro Varese 2002-2003 con cui siamo diventati, contro ogni possibile pronostico, vice-campioni d’Italia nel 2003”.

E la squadra a livello senior?
“Il quintetto che sceglierei per la mia carriera è così composto: playmaker Marco Passera, io nel ruolo di guardia; ala piccola Luca “Billo” Conte, ala grande Francesco Ihedioha e infine come centro Roberto “il Cazza” Cazzaniga”.

L’avversario più forte che hai affrontato?
“Senza dubbio Vasilis Spanoulis, ai tempi dell’Olympiacos. Era la stagione 2011-2012 e con la Pallacanestro Cantù abbiamo fatto una fantastica stagione di Eurolega, sfiorando le Final 8. Affrontarlo voleva dire semplicemente sperare che commettesse qualche errore. Un giocatore immarcabile”.

Quali invece i compagni di squadra più forti?
“Ne vorrei citare due ritornando alle mie prime stagioni alla Pallacanestro Varese. Il primo è Andrea Meneghin, perché era una combinazione pazzesca di intelligenza, tecnica, fisico e simpatia. Il suoi problemi all’anca l’hanno portato via dal basket giocato prematuramente, però quello che ha fatto sul parquet di Varese e con la Nazionale Italiana non ce lo dimenticheremo mai.Ma il Menego non se lo dimentica neanche la mia adorata Golf acquistata nuova di zecca nel 2004 quando, di ritorno da una trasferta, si è ritrovata appiccicata sul lunotto posteriore un adesivo con scritto “Barbone”. Adesivo che è poi rimasto lì per circa 10 anni! Il secondo da ricordare è Sani Becirovic, stagione 2004-2005. Ancora oggi non mi spiego come un playmaker con quelle ginocchia, entrambe operate ai tempi della Virtus Bologna, potesse giocare. Andava piano, troppo piano, e non ti batteva in palleggio, letteralmente ti scartava. Era elegante e capiva ciò che accadeva in capo 5 secondi prima degli altri. Poi, le sue mani d’oro, facevano il resto e, per dire, Sani-Boy un paio d’anni dopo, nel 2006-2007 ha vinto l’Eurolega con Panathinaikos”.

Qual è la tua partita indimenticabile?
“La partita che non mi scorderò mai è Paffoni Omegna – Robur Varese del 28/01/2017, in trasferta. Noi di Robur et Fides giochiamo per la salvezza e affrontiamo la capolista Omegna costruita per vincere il campionato. Risultato finale, ovviamente a sorpresa: campo di Omegna espugnato con quella che, probabilmente, resta negli annali come una delle più belle partite della mia carriera. Ricordo come fosse ieri che nel secondo tempo anticipo un passaggio facendo schizzare la palla verso il canestro omegnese. Tutti si fermano convinti che la palla finisca fuori dal campo, io invece la rincorro e la fermo a qualche centimetro dalla linea di fondo. Però, sullo slancio, non riesco a fermare la mia corsa e finisco fuori campo con entrambi i piedi ma, con un salto che ancora oggi mi sembra incredibile riesco a rientrare in campo, raccolgo la palla e faccio canestro in sottomano prima che tutti i giocatori di Omegna tornino in difesa”.

Quale la tua stagione “best ever”?
“Anche qui le stagioni sono due. La prima stagione è quella del vero debutto in serie A con Pallacanestro Varese, 2003-2004. La data, perché la prima volta non si scorda mai, è il 28 dicembre 2003, nel tempio di Masnago contro la Lottomatica Roma. Ma, soprattutto, in quella gara segno il mio primo canestro in serie A con un palleggio-arresto-e-tiro contro Carlton Myers, il mio idolo cestistico fin da quando ero bambino. Poi, voglio ricordare e benedico la stagione con la Benacquista Latina nel 2013-2014 perchè, come ho detto, conosco Silvia e la mia vita cambia di colpo”.

Chi è il compagno di squadra di una vita?
“Tra i tantissimi compagni che ho avuto direi senza dubbio Marco “Gus” Santambrogio. Cerchiamo di vederci ogni qualvolta torno a Varese e, comunque, ci sentiamo spessissimo. Con Gus ho condiviso 3 fantastici anni in Robur et Fides e pure il mio ultimo anno di carriera a Gazzada. Poi, pur non essendo stato un compagno di squadra, vorrei ricordare Dino Acerenza, colonna portante della Valceresio. Dino è stata la persona che mi ha accompagnato in tutta la mia carriera, standomi vicino nei momenti difficili e dandomi sempre quei consigli di cui avevo bisogno. Un vero amico”.

Chi è stato il compagno di squadra che ti ha lasciato a bocca aperta?
“Gianluca Basile, a Cantù, nella stagione 2011-2012. Il “Baso” lo conoscevo poco, ma sono bastati pochi allenamenti per farmi esclamare: ragazzi, questo è veramente un fenomeno! In tanti pensavano che Basile a 37 anni fosse ormai a fine carriera e con poche cartucce ancora da sparare. Beh, grosso errore di valutazione perché “Baso” con le sue uscite dai blocchi per tirare da 3 punti, allenamento o partita, con o senza l’uomo addosso, era semplicemente immarcabile. Tuttavia, se me lo consenti, mi piace ricordare anche Jerry McCullough, ottimo giocatore ma, ancora meglio, una persona dotata di stupenda umanità. Jerry per è stato un vero mentore sempre prodigo di consigli sul parquet e fuori”.

Ripensando alla tua carriera hai un elemento di rammarico?
“Sì, ce l’ho: non ho mai vinto un campionato. Pur avendo giocato talvolta in squadre buone e molto attrezzate non siamo mai riusciti a centrare il bersaglio grosso perchè, per diverse ragioni, nei playoff ci è sempre mancato qualcosa. Diciamo che mi consolo con la vittoria di 3 Coppe Italia: a Casalpusterlengo, a Castelletto Ticino e a Latina”.

Infine, l’ultima domanda: c’è ancora basket nella tua vita?
“Zero basket dal vivo, ma tanto, tanto basket in TV. Adoro l’Eurolega e non mi perdo una partita sia per gli aspetti tecnico-tattici, sia per l’atmosfera sempre bellissima che si respira in tutti i palazzi dello sport”.

Massimo Turconi

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