
Il coraggio di cambiare, la bravura nel centrare al primo colpo il bersaglio grosso, una di quelle sliding doors che ti cambiano la vita e la carriera. Marco Legovich non ha mai avuto paura di osare: guidato da quella passione smisurata per la pallacanestro che ne ha segnato l’esistenza fino ad oggi, ha sempre voluto guardare avanti, senza mai fermarsi, continuando a credere nelle proprie capacità ed in quella sana ambizione che caratterizza tutti i giovani allenatori.
Nemmeno le più cocenti sconfitte lo hanno abbattuto ma sono state motivo, invece, di rilancio, di rivalsa, di quella voglia di spingersi oltre per arrivare sempre più in alto. E poi c’è la curiosità di chi ama scoprire cose nuove, di chi vuole mettersi in gioco per capire davvero fino a che punto può arrivare, mosso da grandissima professionalità e competenza che prima o poi, ripagano sempre.
Vedendo l’età, poi, del giovane Marco, triestino classe 1992, si capisce come tutto questo abbia reso possibile una carriera già così ricca di esperienze che ha appena aggiunto un tassello fondamentale, quello della prima consacrazione, con la vittoria di un trofeo come la ENBL (European North Basketball League) con il suo Dziki Varsavia, al primo anno da capo allenatore all’estero, capolavoro di un percorso passato in maniera indelebile anche da Varese.
Coach, partiamo dall’emozione di vincere un trofeo da capo allenatore?
“È un’emozione bellissima. Essendo la prima, ha un sapore speciale e in parte inaspettato: non sai davvero come la vivrai finché non succede. È stata ancora più intensa per il percorso che abbiamo fatto. Venivamo da un momento difficile in campionato e le due vittorie contro l’Iraklis in Grecia, per un gruppo giovane come il nostro, ci hanno dato grande carica e consapevolezza. Ci hanno fatto capire che possiamo giocarcela con tutti. In semifinale abbiamo battuto i campioni in carica e da lì è cresciuta la fiducia: il mese di aprile, con otto vittorie consecutive, è stato strettamente collegato al successo in coppa”.
Le chiavi di questo successo?
“La crescita del gruppo sotto l’aspetto mentale è stata fondamentale: abbiamo capito di avere dei difetti, ma anche tanti pregi. Ognuno ha iniziato a dare il proprio contributo, valorizzando i punti di forza dei compagni senza concentrarsi sui loro limiti. Un’altra chiave è stata l’approccio a ogni singolo impegno, sempre al massimo. Sommando lo sforzo quotidiano di tutti, abbiamo costruito basi solide. Stiamo bene insieme, dentro e fuori dal campo, e questo ha fatto la differenza”.
Fin dal primo giorno qual è stato il suo credo?
“Trasmettere fiducia ed entusiasmo, dare importanza ai dettagli e al collettivo. Volevamo costruire qualcosa insieme. Più che sul singolo aspetto tecnico, abbiamo lavorato sulla cultura del lavoro, sul senso di gruppo e sullo staff, su come stare insieme ed essere professionali. Questa è stata la nostra vera forza”.
Il coraggio di confrontarsi con un basket e un mondo completamente nuovi l’hanno cresciuta?
“Assolutamente sì. Sono venuto qui con la voglia di arricchirmi. Avevo il desiderio di mettermi alla prova e sono felicissimo di aver fatto questa scelta. Ho trovato quello che cercavo anche fuori dal campo: una cultura diversa che ho cercato di comprendere a fondo. È un’esperienza che ti arricchisce tantissimo, al punto da non avere fretta di tornare in Italia. Vivo giorno per giorno questa realtà e mi sento cresciuto sia come allenatore che come persona”.
Quali prospettive apre questo trionfo a lei ed al club?
“Abbiamo vinto il primo trofeo, raggiunto la prima qualificazione ai playoff e stabilito il record di vittorie del club. Avevo una clausola di uscita a favore del club a dicembre che è già stata tolta: ho un contratto biennale e resterò anche l’anno prossimo. Questa vittoria ha acceso i riflettori sul lavoro che stiamo facendo, ma c’è soprattutto la volontà di continuare a costruire. Vogliamo consolidarci tra le prime sei del campionato e poi vedere cosa accadrà ai playoff, che potrebbero aprirci le porte dell’Europa”.
Guardando a Varese, che stagione sta facendo?
“Ho seguito tutto: ho anche attivato LBA TV solo per vedere Varese e Trieste. Arrivare all’ultima giornata in corsa per i playoff è un risultato importante, soprattutto considerando le difficoltà degli ultimi anni e l’inizio di stagione. Ho visto grandi miglioramenti difensivi, in linea con le richieste di coach Kastritis, e sappiamo quanto la difesa sia centrale nel suo sistema. Varese è una squadra di energia e talento, merita i playoff e non ha nulla da invidiare alle prime otto. La vedo in salute, con Masnago tornato un fortino. Se riuscisse a fare un ulteriore step anche in trasferta, approfittando dell’ultima gara con la Virtus, sarebbe il modo migliore per affrontare poi la post-season”.
Kastritis candidato a Coach of the Year: se lo merita?
“Per me è il “Man of the Year”. Prima ancora che del professionista, parlo della persona. Siamo spesso in contatto, ci confrontiamo molto, ed è una uomo che stimo tantissimo. Merita la candidatura per il percorso fatto e per l’equilibrio che ha dato a un sistema non semplice. Ci sono altri candidati di alto livello, tutti con ottime ragioni per essere lì. Non so chi vincerà, ma sicuramente avrà il mio voto”.
Che idea di è fatto, invece, sulla sua Trieste e su tutto quello che sta accadendo?
“Non è una situazione positiva. C’è un intreccio tra voci, mancanza di comunicazioni ufficiali e il tentativo dei tifosi di salvare qualcosa che oggi sembra difficile. È doloroso, anche a livello personale: sento ancora tante persone con cui ho condiviso anni importanti. L’ambiente è in grande difficoltà e non si intravedono prospettive chiare. Spero davvero che si trovi una soluzione. Trieste è una piazza che vive di pallacanestro e sarebbe un grande dispiacere perdere una realtà così importante per il movimento italiano. Dal suo arrivo Matiasic ha fatto tantissimo in tre anni e la caduta da un gradino così alto dove oggi è ora Trieste renderebbe la capacità di rialziarsi molto più complicata”.
Collegandomi a questo, le chiedo cosa pensa di questo grande progetto ancora indefinito che è NBA Europe e che, gioco del destino, potrebbe riguardare sia Varese che Trieste?
“È qualcosa ancora di indefinito come dici tu. Sicuramente si farà qualcosa, ma non è ancora chiaro cosa. I tempi saranno lunghi. C’è molta attenzione e anche frenesia tra i club per entrare in quello che potrebbe diventare un progetto enorme. Proprio per la sua portata, però, è difficile oggi definirlo nei dettagli: si parla molto, ma manca ancora un piano concreto e completo, almeno a quanto sappiamo noi, per qualcosa che potrebbe cambiare il basket europeo”.
Chiudo con due domande dirette: Varese va ai playoff?
«Dico di sì. Credo in coach K”.
Mentre voi fin dove potete arrivare ai playoff?
“Venderemo cara la pelle. È un traguardo importante e vogliamo onorarlo al massimo. Non conosciamo ancora l’avversario, ma chiunque sarà, ci faremo trovare pronti a dare battaglia al 100%. Abbiamo fame”.
Alessandro Burin























