Venti giorni in sella, circa 2700 chilometri attraverso l’arco alpino, più di venti passi scalati e una raccolta fondi che ha superato quota 11mila euro. Quella di Luca Luini non è stata semplicemente una lunga pedalata: è stata un’impresa nata con un obiettivo preciso, trasformare la propria passione per la bicicletta in uno strumento concreto per sostenere la ricerca sulla sclerosi multipla. Il 29enne di Induno Olona è partito a inizio luglio e, dopo aver sfidato e superato alcune delle salite più iconiche del ciclismo italiano, è tornato a casa il 25 luglio, accolto da amici, familiari e sostenitori. Un viaggio fatto di fatica, pioggia, paesaggi mozzafiato e anche qualche immancabile imprevisto, ma soprattutto un viaggio che ha permesso a Luini di andare ben oltre l’obiettivo economico che si era prefissato. Perché se alla vigilia si sarebbe accontentato di raccogliere 4-5mila euro, alla fine il contatore ha superato gli 11mila.

E, adesso che è tornato alla vita di tutti i giorni, paradossalmente, è proprio da chi lo circonda che sta iniziando a rendersi conto della portata di quello che ha fatto. “Sto avendo un sacco di feedback dalle persone che mi incrociano al lavoro – ci spiega Luca Luini con un sorriso –, ma anche banalmente al supermercato: mi fermano e mi dicono “Grande Luca, hai fatto qualcosa di incredibile!”. Quindi sto iniziando a percepirla adesso che sono tornato. Sono soprattutto gli altri a farmi notare la questione, perché io ci ho messo veramente tanto impegno e tanta dedizione e, alla fine, queste tre settimane sono state un pochettino il raccogliere i frutti di tutto l’allenamento che c’è stato dietro. Per me era qualcosa di raggiungibile, ma agli occhi di qualcuno che non è mai andato in bicicletta è qualcosa di grande. E questo lo noto perché me lo dicono gli altri, non tanto perché l’abbia capito io”.

Partiamo dall’inizio: da dove nasce l’idea di affrontare un viaggio del genere?
“L’idea nasce principalmente dal fatto che volevo unire le mie due anime: c’è quella più sportiva, perché ho sempre praticato sport da quando sono piccolo, e quella un pochettino più umana, che poi mi ha portato a scegliere di fare l’infermiere. Ho visto in questa iniziativa l’unione di queste due cose per aiutare una persona che soffre di sclerosi multipla. Avviare una raccolta fondi così dal nulla per me sarebbe stato impossibile, non avrei potuto raccogliere una cifra importante; allora ho legato a questa causa la mia parte sportiva”.

E hai scelto una soluzione decisamente poco semplice…
“Sono anche abbastanza folle nelle decisioni (ride, ndr). Ho fatto questo giro, quando magari avrei potuto fare qualcosa di più semplice, però volevo fare qualcosa che potesse essere d’impatto per gli altri e che desse una motivazione per fare poi una donazione”.

Quindi, in pratica, questa sofferenza te la sei autoinflitta…
“Sì, esatto (ride ancora, ndr)! È tutto partito da me, non c’è stata nessuna causa esterna. È tutto frutto della mia testa”.

Durante il viaggio hai affrontato alcune delle salite più dure e famose del ciclismo italiano. Che effetto fa pedalare in quei luoghi?
“A me sembrava di essere costantemente dentro a un quadro. È stato davvero troppo bello e consiglierei a chiunque di fare questo giro, anche solo in macchina: la pace che c’è in cima, la tranquillità e la bellezza dei posti meravigliosi che ti circondano sono qualcosa di impagabile che non puoi trovare altrove. È stata una costante gestione di emozioni che non mi facevano sentire neanche la fatica mentre salivo; anzi, a volte arrivavo in cima senza accorgermene da quanto mi perdevo nell’osservare quello che avevo intorno”.

Quando hai raccontato ad amici e familiari quello che avevi intenzione di fare, come l’hanno presa?
“All’inizio c’è stata sorpresa, però, conoscendo la mia personalità e sapendo che sono abbastanza folle, praticamente tutti hanno accolto positivamente questa iniziativa caricandomi fin dal principio; diciamo che per loro è stata una sorpresa solo a metà».

E dopo l’impresa?
“Ci sono stati tantissimi complimenti, però soprattutto dagli amici più stretti ho visto anche un’altra cosa: mi hanno fatto un po’ da “sponsor”. Ho visto che questa cosa ha scatenato il passaparola, nel senso che raccontavano anche agli altri quello che stavo facendo e questo ha senz’altro aiutato la causa”.

La vera sorpresa, non a caso, è arrivata probabilmente dalla raccolta fondi.
“Esattamente. In partenza, quando ho progettato la questione, non pensavo davvero di arrivare a questa cifra. Onestamente pensavo di arrivare a metà e sarei stato super contento. Il fatto di aver sforato quota 11mila euro mi rende davvero orgoglioso”.

Cifra dietro la quale c’è un messaggio molto più importante.
“Ovviamente non si tratta di un interesse personale, ma “semplicemente” il voler rendere grazie a una persona che soffre di questa malattia. Sono contento, in primo luogo, di essere riuscito a far passare un messaggio e poi vorrei ringraziare tantissimo tutte le persone che mi hanno dato fiducia su questa cosa e che ci hanno investito”.

Dopo venti giorni così, però, viene spontaneo chiederti: lo rifaresti?
“Diciamo che ho in mente qualcosa… Però non è ancora il momento di svelarlo, anche perché devo ancora valutare parecchie cose. Di certo voglio tenere ancora aperta la raccolta fondi (QUI IL LINK), anche perché al vaglio potrebbero esserci anche altri progetti; diciamo che il viaggio in sé è stato la punta dell’iceberg di tutto ciò che ne sta dietro”.

In attesa di conoscere cosa ti riserverà il futuro, cosa ti rimane davvero di un’impresa del genere?
“Credo che la cosa più importante sia proprio aver unito le mie due anime: ho fatto qualcosa che amo, cioè andare in bicicletta, ma l’ho fatto per qualcosa che andava oltre me stesso. E adesso che sono tornato, forse sto iniziando davvero a capire quanto questa cosa sia arrivata alle persone”.

Matteo Carraro

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