
Ok, siamo in netto ritardo. Ma è servito qualche giorno per meditare un paio di brevissime riflessioni (banali, eh, questa è la premessa), sulla monografia “Aurora I love you – diario fotografico di una fede che non retrocede… MAI” esposta la scorsa settimana alle ex Carceri Asburgiche di Busto Arsizio. Subito un dato certo. Lo sguardo punk di Filippo Kultgeneration D’Angelo ha garantito un taglio diverso, inedito, a quanto già visto in passato a parità di materia ritratta. Per l’intensità espressionistica del viraggio seppia e per la vastità plebiscitaria dei soggetti coinvolti. Ma, insomma, rispetto al fatto che il Kult fosse uno bravo (per davvero), non c’è mai stato nessun dubbio. E fermiamoci qui. Perché per citare l’ineffabile Mr Wolfe di Pulp Fiction: “Be’, non è ancora il momento di cominciare a farci i (omissis) a vicenda”.
Del tipo, complimenti a chi ci ha creduto. Neanche a dirlo l’autore, Il Tigrotto 1919 dell’inesauribile Emanuele Gambertoglio, la società di via Cà Bianca della Pres Rosanna Zema e (non certo da ultimo), l’Amministrazione Comunale (in testa l’Assessore alla Cultura Manuela Maffioli e allo Sport Luca Folegani). Ma la mostra in oggetto ha avuto anche il merito di stimolare e rispondere ad un più che legittimo interrogativo. E, cioè, quanto la Tigre faccia ancora parte della cultura popolare di Busto Arsizio. Va da sé, come marchio sportivo. Ma anche (forse soprattutto), come simbolo identitario, crossover generazionale, finanche argomento da bar.
Su questo piano la risposta è stata chiara. A dispetto delle ultime due terribili stagioni (o magari in forza del rilancio, seppur in D, dell’attuale), il percepito cittadino riferito alla Pro Patria gode di ottima salute. Le radici restano profonde. La memoria rimane un prodigioso collante. Il piccolo (grande) villaggio biancoblu è ancora oggi un capitale su cui investire.
Giovanni Castiglioni
(foto Filippo Kultgeneration D’Angelo)
























