Nascere con il biancorosso addosso, crescerci dentro, vincerci uno Scudetto seppur da aggregato e scrivere pagine comunque indelebili perché parti di una storia gloriosa. Marco Allegretti e la Pallacanestro Varese sono la dimostrazione pura di quel legame che unisce ogni varesino amante del basket che, per la squadra della propria città, prova amore e devozione, sogno e ambizione, l’ideale cullato di arrivare un giorno ad indossare quella maglia e giocare su quel parquet che ha scritto la storia del basket italiano ed europeo.

Marco ce l’ha fatta, perché per 7 anni (dal 1998-1999 al 2006) ha indossato la canotta biancorossa dopo la trafila del settore giovanile, in un percorso che oggi ricalca il progetto di sviluppo targato Luis Scola, e che lo portò ad essere in particolare aggregato fisso con la squadra leggendaria dell’anno dello Scudetto della Stella.

Allegretti, ripercorriamo la sua storia con la Pallacanestro Varese partendo dagli anni di settore giovanile…
“Anni bellissimi. Parliamo di un settore giovanile che produceva tanti giocatori che poi finivano in squadre senior, al di là della sola Serie A. Non parlo solo di Pallacanestro Varese però, perché anche la Robur aveva questa grande tradizione e spesso ci si incontrava e sfidava alle finali nazionali giovanili”.

Qual è l’allenatore che più l’ha segnata nel suo percorso giovanile?
“Beh sicuramente io devo tantissimo a Gianfranco Pinelli che, da professore di educazione fisica, mi vide a scuola molto alto e mi spinse a provare a giocare. Io, con molta timidezza, decisi di accettare la sfida ed ancora oggi devo ringraziarlo”.

Cosa vuol dire per lei oggi essere stato parte di quella storia che quest’anno festeggia i propri 80 anni?
“La Pallacanestro Varese è stata la mia vita. Mi ha formato nel settore giovanile, insegnandomi tantissime cose grazie a grandissimi professionisti con cui ho lavorato e che mi hanno permesso di vivere al meglio il salto dalla pallacanestro come gioco a professione. Ho avuto la fortuna di fare questo percorso con una squadra clamorosa in un’annata speciale come quella dello Scudetto della Stella, gruppo cui ero aggregato, con davanti professionisti esemplari quali ad esempio De Pol, Mrsic, Vescovi che ogni giorno mi facevano capire cosa volesse dire essere professionista. Mi hanno educato mentalmente a vivere il basket da professionista e questo mi è servito tantissimo”.

Cosa l’è rimasto dentro di quella squadra?
“Era un gruppo che in primis stava benissimo insieme, gente che era nel clou della propria carriera come Poz e Menego, oppure Mrsic, Santiago, Galanda, De Pol, tutti pezzi di un puzzle perfetto. Avevamo tante soluzioni, c’era grande coralità, Recalcati sapeva tenere benissimo insieme tutto il gruppo e quando hanno capito che potevano fare qualcosa di speciale sono andati incontro a capofitto a questa occasione e l’hanno colta appieno”.

Quando si è giovani aggregati alle prime squadre solitamente si subiscono gli scherzi da parte dei senior, immagino che in quel gruppo che di elementi pronti allo scherzo era ben nutrita, qualcosa avrà subito anche lei…
“Sì, più di qualcosa (ride, ndr). Mi ricordo che quell’estate facemmo un ritiro in montagna ed una mattina mi venne la malsana idea di rubare la Gazzetta dello Sport al Menego. Morale della favola, durante la notte successiva mi ritrovai chiuso a sandwich tra il mio materasso e quello del mio compagno di stanza. Ci sono stati tanti scherzi, era un gruppo che si divertiva molto anche se quando si doveva lavorare si lavorava tanto e bene”.

Prima ci parlava del salto da giovanili a Prima Squadra, salto che ripete l’anno dopo lo Scudetto quando da aggregato passa ad essere elemento in pianta stabile della Serie A…
“Ringrazierò per tutta la mia vita la famiglia Bulgheroni che ha sempre creduto in me e ai tempi mi diede questa grande opportunità. Purtroppo gli anni dopo lo Scudetto sono stati anni difficili, nei quali si è passati dalla gloria tricolore al lottare per non retrocedere. Per me è stato un percorso fondamentale nel mio processo di crescita, ho avuto tanti up & down, ho incontrato molti allenatori e tutto mi è servito per capire quale fosse la mia strada. Resta il fatto che quelle 6 stagioni a Varese sono state indimenticabili, perché Varese è Varese e quando entri in quel palazzetto ti rendi conto che stai giocando per qualcosa di importante”.

Dopo l’anno dello Scudetto, qual è l’allenatore con cui ha stretto un rapporto speciale?
“Sicuramente con Cadeo noi giovani avevamo maggiori possibilità di giocare e metterci in mostra e fu importante questo, poi devo dire che anche Magnano fu molto formativo per me. Mi massacrava in maniera positiva, sapeva quali corde toccare, usava bastone e carota, mi ha dato modo di esprimermi ed è stato davvero importante”.

La partita che l’è rimasta più impressa?
“Mi ricordo una partita in casa con Napoli durante la gestione Cadeo e poi invece, sotto la gestione Magnano, un derby a Cantù nel quale entrai al supplementare dopo il quinto fallo di Afnar e feci bene e quell’episodio mi diede una carica importante. Purtroppo invece, torando alla gestione Cadeo, l’episodio peggiore fu la sconfitta pesantissima in un altro derby con Cantù dove perdemmo con oltre 30 punti di scarto. Dopo quella partita non parlai per una settimana, fu traumatico: per un varesino perdere un derby in quella maniera è stato distruttivo”.

Tutte le esperienza che ha avuto quanto la stanno aiutando in questa nuova carriera da allenatore che sta affrontando?
“Tantissimo. Ho avuto la fortuna di avere allenatori molto bravi e questo lo capisco ancor di più ora che allenano. Se da giocatore alcune scelte non le comprendevo, ora da coach le capisco molto di più e le rivaluto. A me non piace mettere troppa pressione ai giocatori, perché credo che, soprattutto con alcuni, questo vada a precludergli delle qualità”.

Che idea si è fatto sulla Pallacanestro Varese di oggi?
“Che è una squadra con un’idea, purtroppo negli ultimi anni non supportata più di tanto dai risultati. Sappiamo che si devono fare sempre i conti con un budget che non è certo tra i più alti della serie A, però mi pare che adesso abbiano trovato una propria linea, ricredendosi anche su alcuni diktat della filosofia di gioco di base che non è certo facile da seguire pedissequamente. Mi piacerebbe vedere sempre più ragazzi di Varese protagonisti dal settore giovanile fino alla Prima Squadra. Capisco che oggi questo, anche in virtù dello svincolo, è sempre più difficile, però mi piacerebbe tanto vedere sempre più ragazzi varesini protagonisti in squadre senior ed in Prima Squadra, come lo sono oggi Librizzi ed Assui”.

Il quintetto delle sue sei stagioni a Varese?
“Pozzecco, Meneghin, Nesby, Nolan, Santiago e come sesto uomo Galanda. Coach Recalcati”

Il Marco Allegretti allenatore sogna un giorno di sedersi sulla panchina biancorossa?
“Certamente. Sono solo all’inizio della mia carriera di allenatore, sto cercando di fare il mio meglio, sto crescendo, mi piace molto lavorare con i giovani, però è chiaro che sedersi sulla panchina di Varese, anche come assistente, sarebbe un sogno”.

Alessandro Burin

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