A soli 29 anni, Federico Bellotto è il volto giovane e ambizioso dietro il progetto di crescita di Varese Basketball. CEO del club, vive quotidianamente con “un piede in due scarpe”: da un lato la guida strategica del settore giovanile, dall’altro il lavoro a stretto contatto con la prima squadra. È da questa posizione privilegiata che Bellotto osserva il presente e costruisce il futuro, con una visione chiara e fortemente internazionale.

Per lui il settore giovanile non è una voce di spesa, ma un investimento sul domani. L’obiettivo è dichiarato e ambizioso: creare uno dei migliori vivai d’Europa, capace non solo di produrre risultati, ma soprattutto di formare giocatori e persone. Vincere conta, certo, ma è una conseguenza del lavoro quotidiano in palestra, della cura dei dettagli e delle opportunità offerte ai ragazzi, dal college ai tornei internazionali.

In un mondo del basket che cambia rapidamente, tra NIL, mobilità e nuove prospettive globali, Bellotto punta su un modello sostenibile, dinamico e meritocratico, in cui il valore creato genera ulteriore valore. Una visione moderna, costruita con responsabilità, fiducia e la consapevolezza che il futuro di Varese passa, prima di tutto, dai suoi giovani.

Partiamo dal suo ruolo di CEO, da cui derivano grandi responsabilità in primis…
“Il mio ruolo è importante perché, a livello strategico, di progettualità e di scelte, segue la linea di Pallacanestro Varese, cercando di creare il miglior settore giovanile d’Europa. Questo è l’obiettivo: siamo ancora lontani, ma vogliamo arrivarci. Tutto ciò che spendiamo non è un costo, ma un investimento. Sappiamo che, se risparmiassimo su questo, avremmo più risorse per la prima squadra, ma il nostro obiettivo è avere cinque italiani in prima squadra provenienti dal nostro settore giovanile, senza doverli acquistare dall’esterno. Allo stesso tempo vogliamo offrire ai ragazzi tutte le opportunità possibili: dal college ai tornei internazionali. Il primo obiettivo non è la vittoria finale, ma lo sviluppo dei ragazzi; vincere diventa una conseguenza del lavoro fatto in palestra”.

Come questo obiettivo si coniuga con le dinamiche di un mondo giovanile nel quale i migliori talenti ormai guardando sempre più oltreoceano?
“La domanda è corretta e lo vediamo con Elisée. Non sappiamo cosa farà in futuro; dovesse andare via, l’obiettivo è trovare un altro Assui. Non vogliamo che i ragazzi rimangano dieci anni, ma creare anche una turnazione veloce. Creare tanto valore per avere tanta turnazione. Oggi abbiamo un grande gap tra Assui, ad esempio, e chi verrà dopo di lui, perché stiamo lavorando molto sulle annate dal 2008 in giù ma questo è normale e non ci preoccupa”.

Cosa vuol dire amministrare una società?
“Sono fortunato perché ho “il piede in due scarpe”: sono sì AD del Settore Giovanile, ma anche il “braccio destro di Luis” in prima squadra. Questo mi permette di avere una visione strategica a 360 gradi, orientata allo sviluppo, al mantenere i conti in ordine e alla gestione di persone e ruoli. Alla fine, però, le responsabilità vanno prese. Ho avuto la fortuna di lavorare per cinque anni al fianco di Luis e, a 29 anni, sono felice di essere qui”.

Sotto quale aspetto sta lavorando maggiormente?
“Sicuramente la gestione delle persone, perché poi loro fanno affidamento su di te: quando sei il leader di un’organizzazione è questo l’aspetto più delicato. Me lo dice sempre Paolo Perego: la cosa più difficile mai fatta è stata gestire, per la prima volta, quattro persone. Essere in grado di creare una struttura aziendale è poi fondamentale, ed in questo Sogolow e Horowitz che provengono da un sistema molto strutturato come il modello americano mi stanno aiutando moltissimo”.

Il progetto foresteria come sta proseguendo?
“Attualmente ci sono 17 ragazzi e sta andando molto bene. Sono tutti in camere singole per scelta, ma potremmo ospitarne fino a 30–35. Abbiamo richieste da parte di ragazzi che vogliono far parte del progetto, sia reclutati sia non. Stiamo avviando collaborazioni con scout internazionali, guardando ad Africa e Centro America, e il progetto continuerà ad ampliarsi. È una grandissima responsabilità, ma permette di fare uno step enorme in più”.

Ha parlato di sguardo all’estero, ma per quel che riguarda i prodotti italiani?
“Il reclutamento italiano viene fatto dallo staff interno ed è continuo. Quest’anno sono arrivati ragazzi italiani di alto livello. Non ci interessa la nazionalità: se sono italiani, meglio; se non lo sono, dopo quattro anni rientrano comunque nella formazione”.

Diceva prima che ha avuto la fortuna di stare a contatto con Scola per 5 anni. Com’è oggi il vostro rapporto?
“C’è grandissimo rispetto. Luis è folle in senso positivo, perché ha una visione clamorosa che ti mette nella condizione di guardare sempre all’obiettivo finale. Lavori al massimo della produttività: lui dà se riceve. Ti lascia sbagliare perché sa che si cresce anche dagli errori, ma pretende risultati. È un leader forte caratterialmente e a volte si va allo scontro, ma sempre in modo costruttivo. Mi ha scelto e mi ha dato fiducia, e di questo dovrò sempre ringraziarlo”.

Alessandro Burin

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