
E’ stata una notte magica, una serata da ricordare, una di quelle che ti riporta indietro nel tempo, che è capace di estraniarti da una dimensione a cui ormai sei assuefatto da troppo tempo, che riesce, in un solo istante, a ravvivare quel fuoco biancorosso che hai dentro e farlo bruciare come un grandissimo falò.
Il 74-84 con cui la Pallacanestro Varese batte l’Olimpia Milano è un trionfo che rianima lo spirito varesino, ne ridesta le menti, il cuore, l’animo più profondo, toccando corde emozionali che sembravano ormai sopite da una rassegnazione talmente forte alla vigilia da rendere quasi irreale quanto poi ha detto il tabellone dell’Allianz Cloud al 40′.
Dice che Varese ha vinto, dice che quello che fu il PalaLido ieri sera sembrava Masnago, dominato in primis dai tifosi biancorossi bosini sugli spalti, presenti in massa e capaci di sovrastare con la voce e con il proprio calore il freddo e deluso pubblico meneghino che ha dovuto subire una sconfitta nella sconfitta stando poi a quanto accaduto in campo.
Perché se dopo un primo tempo in cui l’Olimpia ha fatto quello che logica vorrebbe, dominando quasi camminando la partita, nella ripresa si è vista la miglior Varese formato Kastritis dell’ultimo anno: solida nella testa e nel corpo, concentrata, affamata, concreta, caratterialmente spregiudicata nella voglia e nella convinzione di andarsi a prendere ciò che la logica non contemplerebbe, ma il basket è bello anche per questo.
Una squadra guidata dall’estro e della follia di Tazé Moore, acclamato ad MVP ed elemento imprescindibile di un gruppo che nelle giocate silenziose e preziose di Nkamhoua e Renfro sotto le plance argina lo strapotere fisico di Milano, solito schiacciare le velleità varesine negli scontri diretti come suole fare una grande con una piccola.
Ed invece Varese è tornata respirare aria di grandezza, in una notte che ha ricordato le grandi sfide del passato quando il derby tra bosini e meneghini valeva Scudetti e Coppe dei Campioni, quando la contesa era più aperta che mai e le due squadre se la giocavano a viso aperto. E poi c’è la cabala, c’è quel 21 dicembre 2003 che segnava l’ultima sfida giocata tra le Milano e Varese al PalaLido che vide vincere gli ospiti com’è stato ieri, della serie essere superstiziosi è da stupidi ma non esserlo porta male, come diceva Eduardo De Filippo.
Uno standard di gioco che Kastritis derubricherà nel post gara a target minimo da mantenere e mostrare da qui alla fine della stagione ma che per essere tale ha necessariamente bisogno di un ulteriore innesto al posto di Freeman, ormai relegato a panchinaro di lusso, in una squadra che non può pensare di ruotare ad 8 fino alla fine del campionato se vuole provare a continuare a respirare quell’aria di grandezza che da ieri sera inebria la mente e lo spirito della gente di Varese, a partire da domenica contro Reggio Emilia, per mantenere quello standard che ieri è stato toccato in una notte indimenticabile.
Alessandro Burin























