
Da qualche settimana è uscita la biografia di Henrikh Mkhitaryan, mezzala dell’Inter. Mezzala forte, persona intelligente. “Devi essere prima di tutto una brava persona, una persona perbene” è la massima, la frase, il comandamento tramandato da suo papà scomparso quando lui era ancora piccolissimo, su cui ha costruito una carriera invidiabile. Ci permetterà Mkhitaryan di prendere in prestito la sua frase insieme ad un’altra di Davide Nicola, parecchio famosa ed emozionante: “Se non è oggi, sarà domani. Tra un mese, tra un anno, tra cinque anni chi riesce a perseverare nel tempo con ambizione e lealtà sana, prima o poi raggiungerà un obiettivo”. E ci permetterà anche il nostro intervistato di accostarlo a frasi del genere forti, importanti, a cui non tutti, anzi pochi, possono ambire.

La carriera di Giovanni Fietta è invidiabile ma meritata, è fatta di qualche caduta e difficoltà, eppure alla fine quanto seminato come persona e come calciatore ha dato i propri frutti. Come quel giorno a Livorno, quando all’Ardenza si gelava e la Pro Patria non vinceva lì da mezzo secolo, Fietta capitano cade e sembra essersi distrutto un braccio. La Pro vince, lui torna presto in campo in una annata pazzesca.
Giovanni, per noi è sempre un privilegio parlare con te. Esempio, in campo e fuori, di cosa ti occupi ora?
“Lavoro per il Como, sono il vice-allenatore dell’Under17. L’allenatore è Salvatore Leotta che nella formazione dei giovani è un punto di riferimento da anni, ha lavorato per Sudtirol e Sampdoria. Abbiamo un larghissimo staff sia tecnico che medico, sono tanti i componenti che si occupano delle giovanili in generale e tanti tra campo, infermeria ed uffici che si occupano solo della nostra Under17”.
Il Como attuale è impossibile non definirlo un’autentica isola felice.
“Sì, il termine penso sia giusto. Parliamo di una società in ampia ascesa sicuramente con disponibilità economiche importanti che però non bastano minimamente se non supportate da idee serie, precise ed ambiziose. Qui non manca davvero nulla, le idee sono importanti e questo è fondamentale al pari della disponibilità economica se si vuole fare bene calcio”.

Con la fine della stagione si è conclusa la tua avventura in Pro Patria che dopo la fine della carriera in biancoblù ti aveva visto in altre vesti.
“Sì, per un anno ho lavorato come collaboratore tecnico dopodiché abbiamo preso strade diverse senza problemi. La società ha deciso per un nuovo mister così mi ha fatto una proposta differente rispetto all’anno passato, una proposta che non riguardava la prima squadra. Quando fai qualcosa penso sempre che tu debba essere convinto e soprattutto felice, io ero parecchio ambizioso così senza problemi ho deciso di non accettare ed andarmene in punta di piedi con il dispiacere per come si era conclusa la stagione sportiva per la prima squadra per cui lavoravo. Devi essere felice ed ambizioso quando fai qualcosa, io a questo ho aggiunto un pizzico di follia nel momento in cui ho deciso di non proseguire con la Pro non c’era stato ancora nessun contatto né avvicinamento con il Como. Tutto è avvenuto dopo, quando avevo iniziato a guardarmi intorno rimanendo senza contratto”.

Sembra che il destino ti abbia sorriso come meritava la tua persona. Anche alla Pro, quando sei arrivato, eri un rinforzo importante, ma forse nessuno avrebbe immaginato che saresti entrato nell’olimpo dei giocatori indimenticabili che hanno vestito la maglia della Pro Patria.
“Sì questo è vero, poi il calcio è incredibile io arrivavo dal fallimento del vecchio Como nel 2017 e feci un anno a Renate, avevo già 33 anni e non era stato un anno facile, però io ero fermamente convinto delle mie qualità e che potessi dare qualcosa in un ambiente giusto. Ed il matrimonio con la Pro Patria è stato da subito naturale, puro e ben riuscito, tanto che ha dato tanti frutti importanti e tante soddisfazioni anche personali a me ed in contemporanea alla Pro con la quale insieme abbiamo vissuto sette ottime annate fatte quasi tutte di playoff a fine anno. Mi dispiace per come si è conclusa poi la mia avventura in biancoblù ma di questo abbiamo già parlato in precedenza”.

Hai giocato con tantissimi calciatori, gente di talento, di personalità, di leadership. Ci fai qualche nome?
“Rispondere in questi casi è difficile soprattutto se hai la fortuna che ho io di aver giocato con tanta gente importante per tanti anni. Come talento assoluto, puro e cristallino faccio un nome: Paulo Barreto, con cui ho giocato a Treviso che ha fatto benissimo a Bari. Giocavamo insieme quando era giovane poi certo, gli anni che ha fatto lui in Serie A tanti possono solo sognarli, ma senza problemi fisici avrebbe fatto molto di più secondo me, era impressionante. Come personalità mischiata alla capacità di stare in campo i nomi sono tanti in varie zone del campo, in porta Marco Ballotta, in difesa William Viali, a metà campo faccio i nomi di Colucci, Zauli, Gianni Guigou ex Roma e Fabio Gallo ora lanciatissimo con il suo Vicenza che allena, davanti Dino Fava che è passato anche da Busto. Gente forte, fortissima, che anche in spogliatoio aveva un carisma ed una leadership importante direttamente proporzionale alla capacità di stare in campo”.
Questa è una domanda a cui solo persone serie come te oltre che ottimi calciatori possono rispondere bene. Siamo partiti parlando del libro di Mkhitaryan, della sua voglia di essere sempre una persona perbene e di togliersi soddisfazioni regalando la realizzazione di qualche sogno al bambino che era. Tu se ti guardi indietro sei soddisfatto?
“Qui rispondere è difficile ma ci tengo tanto al mio pensiero: quello che ti rimane è il viaggio. Mi spiego: quando sei bambino ed inizi a giocare a calcio e magari ti viene anche bene, in un attimo sogni, ma è giusto così, di giocare in Serie A, di giocare con la maglia della Nazionale, poi cresci e ti rendi conto sempre di più che quello che ti rimane dentro è il viaggio. Io ho perso molto di più di quanto abbia vinto, anzi, le sconfitte sono state cocenti soprattutto con la Cremonese contro Cittadella prima e Varese poi (entrambe finali playoff perse dai grigiorossi nel 2008 e nel 2010 ndr). La vittoria è arrivata a sorpresa, con il Como nel 2015, ma io, che come detto ho più perso che vinto, ho vinto tantissime volte. Perché quel che ti rimane dentro di più è la vittoria sotto l’aspetto umano, perché vinci quando hai un buon ricordo di un luogo, di una esperienza, vinci quando ricordi con entusiasmo un anno, vinci quando sei convinto di aver lasciato qualcosa, quando qualche ex compagno di squadra ti fa capire che ha avuto qualcosa da te, quando vedi un giovane con cui giochi che è cresciuto tecnicamente e non. Quella è la vittoria più grande che se mi guardo indietro posso dire di aver centrato più volte. E questo mi riempie di orgoglio. Dipende da cosa intendi per vincere o perdere, e per come la vedo personalmente, io ho vinto tante volte”.
L’ultima risposta, fatecelo dire, andrebbe incisa in tanti spogliatoi. Le partite poi si possono vincere o perdere ma se in tante stagioni hai fatto parte di squadre valorose che hanno fatto un gran percorso, non può essere un caso. Ma Giovanni Fietta ha saputo spiegarlo molto meglio come avete potuto leggere, lo ha fatto con la solita umiltà e la classe che l’hanno contraddistinto nella grande carriera che ha fatto e che faranno lo stesso, ne siamo certi, nel luminosissimo percorso che ha davanti. Capitano, calciatore e uomo, tutto questo è stato il nostro intervistato con un concetto unico ad unire tutti questi ruoli: esempio.
Alessandro Bianchi




























