Quarantadue, quarantadue, quarantadue, quarantuno, quarantuno, quaranta: vi dice qualcosa?
Consiglio: andate a controllare con i vostri occhi, perché se vi raccontassi che questa è l’introduzione di una classifica di un campionato di calcio dilettanti, forse non ci credereste. E invece…
invece basta affacciarsi sulla Prima Categoria, girone A, per constatare che forse non abbiamo mai fatto i conti con un caos di questo calibro. Piacevole? Perché no.
Facciamo un passo indietro.
È estate quando una fuga di notizie porta alla conformazione di un girone varesotto atipico, con formazioni spostate sul milanese e una netta impronta comasca a dare vita al classico raggruppamento A.
“Ma dai, che significa?”, “Non è possibile, figurati”, “Non ci credo manco se lo vedo”. Tempo di un comunicato ufficiale ed ecco le conferme. Varese e Como mischiate in un mix di entusiasmo e scetticismo che genera, come in ogni situazione, pro e contro. C’è chi apprezza e non vede l’ora di conoscere nuove realtà e nuovi campi, chi lo considera un’iniezione di stimoli, chi invece storce un po’ il naso per un discorso geografico e (o) per il seguito ridotto dei tifosi, ma forse anche per semplice abitudine. Tutto legittimo.
Poi però succede che il campionato comincia e che il fattore sorpresa predomina fino al 25 febbraio, con alle spalle una 22ª giornata che ha prodotto la classifica più atipica di sempre: sei squadre racchiuse in appena tre punti. Tre capoliste a quota 42 (Itala, Veniano, Ardita Cittadella), poi Gorla e Valceresio a 41 e Luisago Portichetto a 40. Più staccato il gruppo che insegue, comandato dal Tradate a quota 32.

E alla luce di tutto questo, quali possono essere le considerazioni?
C’è chi parla di livello alto e chi, al contrario, di livello basso. È un continuo rubarsi punti a vicenda, è cadere su campi meno blasonati, è non avere la forza di prendere il largo mettendo in fila una serie di risultati positivi frutto della costanza che negli ultimi anni ha contraddistinto, almeno a un certo punto della stagione, i predecessori. Gallarate, in ultimo, insegna.
Nella stagione 2025/26 non c’è la corazzata. Forse oggi è chiaro a tutti. Ma c’è equilibrio, suspense, qualcosa a cui non eravamo abituati, almeno negli anni recenti. Spesso è stata corsa a due o a tre, salvo poi vivere gli scontri diretti come finali anticipate che facevano pendere, da una parte o dall’altra, l’ago della bilancia.

Potremmo aprire anche il capitolo salvezza, dove però alcuni fattori delineano un quadro più definito. C’è un’Olimpia a quota 11, fanalino di coda, che non solo deve sperare di agganciare l’Aurora Montano Lucino a 15 punti, ma deve anche ridurre il gap con la dodicesima in classifica (in questo caso la Faloppiese), che non può superare i sei punti se si vuole restare aggrappati almeno alla chance playout. Il resto della zona bassa si muove in una situazione più classica, ma comunque aperta.
Al netto del tempo: all’appello mancano otto giornate, 24 punti non sono pochi (ma nemmeno troppi) per invertire una rotta o giocarsi il tutto per tutto.
Tornando invece ai sogni di gloria, sappiamo che salvo stravolgimenti la regular season si prolungherà verso la post season, rendendo ancora più avvincente un finale che già ora promette di tenerci tutti con il fiato sospeso.
Più bello? Più avvincente? Meno qualitativo?

Io dico solo una cosa: godiamocelo.
Nell’epoca dei giudizi continui e dei paragoni incessanti, nell’epoca delle polemiche tra i grandi e di un’intelligenza artificiale che sembra aver lobotomizzato pensieri e sentimenti, bisogna avere il coraggio di dare spazio a qualcosa che conserva, nella sua imprevedibilità, la propria essenza.
This is football, amiche e amici.
E che vinca il migliore.

Mariella Lamonica

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