
Camice bianco, mani segnate dal lavoro e un sorriso che cancella la stanchezza di una notte passata ad impastare e davanti al forno. Da 26 anni, Marco Massera è un’istituzione del rione di Masnago. Con la sua attività ha abbattuto i vecchi cliché commerciali, unendo la tradizione del pane all’arte della pasticceria, diventando nel tempo un punto di riferimento non solo per il quartiere, ma anche per lo sport varesino. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare una storia fatta di sacrifici, intuizioni e tanta, tantissima passione.
La scintilla e quella scommessa (vinta) a Masnago
Tutto è iniziato 26 anni fa, ma le radici sono ancora più profonde: «Ho iniziato a 13 anni in via Como, da Zamberletti» esordisce Marco. «Andavo a scuola al mattino e in laboratorio al pomeriggio. La passione per i dolci l’avevo dentro già a 8 o 9 anni. Da Zamberletti stavo lì giorno e notte, finché decisero di tenermi. È stato il mio percorso fino al militare».
Poi, la svolta a Masnago, rilevando lo storico locale di un panettiere andato in pensione, Marinuzzi, rimasto chiuso e abbandonato per anni. «Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto tutto da soli. All’inizio ero visto un po’ come un “forestiero” e c’era la vecchia mentalità: il pane si compra dal panettiere, i pasticcini in pasticceria. I negozi promiscui non erano ben visti. Ma la svolta è arrivata dopo il 2008: le abitudini sono cambiate, la gente non aveva più tempo di fare mille tappe e voleva tutto in un unico posto. Quello che all’inizio era un rischio è diventato il nostro punto di forza».
Orari impossibili e un “segreto” chiamato Strudel
Dietro alle vetrine piene di torte e pane fresco c’è una routine che definire massacrante è poco. «I miei orari sono tragici» racconta con assoluta franchezza. «Nei giorni feriali inizio alle 6:30/7:00 e finisco intorno alle 21:30. Il weekend è devastante: tra il venerdì e il sabato finisco alle due di notte, e la domenica spesso alle tre o le quattro. È un lavoro di dedizione e sacrificio. Non nascondo che a volte mi capita ancora di fare un sonnellino sul tavolo da lavoro per la stanchezza. Ma se non hai la passione, questo mestiere non puoi farlo».
Se gli si chiede qual è il pezzo forte della casa, Marco non ha dubbi: lo strudel. «È lo stesso da 26 anni, ha spopolato fin dall’inizio. Sfoglia senza lievito (solo farina, sale e acqua), mele cotte due volte, uvetta, confettura di albicocche e… un segreto professionale che non posso rivelare, ma che lo rende super gettonato. Ne vendiamo tantissimi ogni giorno».
Gli anni d’oro del Varese Calcio e il legame con Sannino
Per VareseSport, parlare con Marco significa anche riaprire l’album dei ricordi più belli del calcio cittadino. Circa dieci anni fa, ai tempi d’oro della Serie B, era proprio lui a rifocillare i giocatori biancorossi al termine delle battaglie del “Franco Ossola”.
«Noi “vecchietti” ci ricordiamo bene quegli anni strepitosi, la risalita dalla C2 alla B con Mister Sannino – che è un nostro super affezionato amico – e la Serie A sfiorata con Rolando Maran» ricorda con un pizzico di nostalgia. «Oggi c’è un po’ di declino e la generazione attuale, come mio figlio Tommaso, si è appassionato molto al basket, dove lo porta sempre mia moglie Chiara. Noi però siamo qui, a braccia aperte, ad aspettare che il Varese torni nel calcio professionistico per ritrovare quell’entusiasmo e i tempi che furono».
I ringraziamenti: la squadra del cuore e della vita
Un viaggio lungo 26 anni non si fa mai da soli. Nel momento dei ringraziamenti, il pensiero di Marco va subito alle colonne della sua vita: «Il grazie più grande va alla mia famiglia: mia moglie Chiara e i miei figli Gaia e Tommaso. Poi agli amici veri che mi sono sempre vicini, e ti posso garantire che sono tanti, e anche lo stesso Mister Beppe Sannino, che passa sempre a trovarci, ci fa un sacco di complimenti e ci carica a mille con il suo spirito indomabile. Un grazie enorme a tutti i ragazzi che lavorano qui in negozio e in laboratorio: senza di loro, nessun risultato sarebbe possibile. L’ultimo ringraziamento è per i clienti: fantastici, senza di loro tutto questo non sarebbe possibile».
Michele Marocco
























