Un pallone tolto da sotto la traversa, un’uscita con i pugni, svettando sopra una mischia di calciatori in area di rigore, un intervento coraggioso per difendere il proprio fortino e di conseguenza la propria squadra: la vita di un estremo difensore è un sali e scendi di emozioni, un ruolo da vivere e sentire con ogni fibra del proprio corpo, sia nei momenti positivi che in quelli complicati. E se questa passione senza tempo si unisce alla potente arma del moderno mondo digitale, diventando uno strumento per supportare l’intero movimento calcistico, ecco che le soddisfazioni si moltiplicano e con esse anche i sogni e le ambizioni da accarezzare.

Quella di Nicolò Cherchi è una storia di rivalsa, dedizione e fantasia. Dopo l’esordio in prima squadra a San Marco, il portiere classe 2003 è poi balzato dalla Prima Categoria alla Serie D, vestendo i colori della Castellanzese; da lì, il passaggio in Eccellenza alla Sestese e poi qualche mese a Morazzone nella passata stagione. Parallelamente, proprio in quest’ultimo anno, ha preso forma un suo progetto diventato ben presto una solida realtà: i suoi reel di challenge tra giocatori dilettantistici – e non solo – contano sempre più visualizzazioni e condivisioni sui social, gettando le basi per quello che potrebbe diventare un format di grande successo.

Com’è nata l’idea di queste challenge? E come funzionano?
“È un’idea che nasce per dare visibilità ai giocatori. Quello che vorrei fare, e che in realtà ho sempre voluto fare, è creare contenuti per il calcio vero, che per me non è il professionismo ma il dilettantismo, sia per una questione di numeri sia soprattutto di cuore. Ho pensato alla mia situazione e di riflesso a quella di tutti quei ragazzi che magari non riescono a ritagliarsi il loro spazio o non hanno l’occasione di mettersi in mostra: questi video possono servire da vetrina e dare a tutti una possibilità. La challenge in sé è divertente e allo stesso tempo stimolante: vero che chi partecipa dice che lo fa tanto per scherzare, ma poi, com’è giusto che sia, ci tengono tutti per davvero. Il format principale si chiama «Sfida il calciatore» e per mantenere un buon livello coinvolge idealmente ragazzi dalla Promozione in su, ma mi è anche capitato di chiamare qualcuno di categorie inferiori che aveva fatto molto bene in un’altra gara. Il giocatore ha a disposizione cinque palloni da stoppare e calciare e la sfida è tra me e lui. Nell’altro format, invece, ci sono due giocatori che si sfidano tra loro, sempre nella stessa modalità di esecuzione, e in questo caso vince il primo che arriva a tre gol. Quello che pubblico sono gli highlights della sfida, quindi il pubblico non sa effettivamente quanti tiri hanno calciato”.

Si può dire chi è il giocatore più forte che ti abbia mai sfidato?
“Assolutamente. Il ragazzo in questione proprio qualche giorno fa ha vinto la Serie A marocchina con il Maghreb de Fès. È Zakaria Hamadi, che conosco perché è di Castellanza come me, e tra l’altro nella challenge l’ho anche battuto (ride, ndr). È nettamente il più forte che abbia mai sfidato, poi ce ne sono stati anche altri di Serie C”.

Sfruttare abilmente i social richiede ingegno e pazienza. Come valuti i risultati riscontrati finora?
“Quando parti da zero non è facile, ma devo dire che i video stanno andando bene e ricevono tutti intorno ai duemila like su Instagram. Pubblicare contenuti può sembrare una cosa semplice, ma in realtà bisogna avere costanza, innovarsi di continuo e sapersi destreggiare tra la concorrenza, che è veramente altissima. Quello che faccio, nello specifico, non lo fa nessun altro, ma il modello di contenuti è usato anche da altri e per fare la differenza bisogna anche scegliere bene con chi collaborare. Tra l’altro, il 14 e 15 luglio organizzerò un evento in Sardegna. Come ci sono riuscito? Mi bastano un campo e quattro o cinque ragazzi a un livello abbastanza alto, il resto è calcio da condividere”.

Chi, invece, ti piacerebbe sfidare?
“Sinceramente, qualsiasi giocatore o portiere di Serie A. Sarebbe un sogno portare nel format qualcuno di così forte”.

Fare il portiere è una vocazione per pochi. Cosa o chi ti ha ispirato a farlo? Sono più i vantaggi o gli svantaggi di questo ruolo?
“Da piccolo non ho avuto né un idolo in questo ruolo, né c’è stata una persona che mi abbia guidato nel percorso che ho fatto. Ero semplicemente un bambino iperattivo che amava giocare a pallone, soprattutto fuori dai pali. Poi, un giorno, qualcuno mi ha messo in porta, mi è piaciuto e non me ne sono più andato. Fare il portiere vuol dire essere diverso. La fame di un portiere è diversa. E questo ruolo, in un certo senso, è più speciale degli altri, non sempre in positivo: devi lottare ancora di più per quell’unico posto in campo, se prendi gol è colpa tua, se fai un errore non puoi rimediare. Questo ruolo è una montagna russa che ti fa provare alti e bassi, ma allo stesso tempo è molto stimolante e riempie di adrenalina: fare un’uscita sui piedi di un giocatore non è una cosa per tutti, ma devi sentire dentro di te il coraggio e l’istinto di andarti a prendere quel pallone. Da piccolo, quando mi allenavo da solo, passavo le ore a calciare sul muro e buttarmi a parare, prato o asfalto che fosse. Lo facevo perché avevo fame, con la speranza di poter un giorno realizzare il mio sogno. Anche i giocatori di movimento fanno fatica, ma un portiere che ci crede è qualcosa di molto più grande: vero che non corre, ma fisicamente soffre molto di più: si fa male, ha la borsite, tanti dolori alle braccia e vive altre dinamiche molto pesanti, eppure non rinuncerebbe mai al ruolo che si è scelto”.

Oltre a giocare e creare contenuti, sei anche un giovane preparatore dei portieri. Cosa ti sta insegnando questa esperienza?
“Ormai sono quattro anni che alleno, dai piccoli di sei/sette anni fino ai diciassettenni, e anche questa è una strada che vorrei continuare a portare avanti. Oltre al fatto che per me è passione pura, penso che allenare mi abbia anche aiutato in termini di maturità calcistica. Quando osservi e correggi gli altri, ovviamente poi riporti queste stesse correzioni su te stesso. Un portiere, dopotutto, non si sviluppa nell’adolescenza ma ha un percorso più lungo e credo che non solo la mia fiducia ma anche la mia consapevolezza siano migliorate molto da quando alleno”.

Concludiamo con il campionato: quest’anno hai militato in Promozione a Morazzone. Cosa ti ha lasciato questa stagione? E cosa ci puoi anticipare per la prossima?
“Sono sicuramente molto rammaricato. Poteva essere la stagione della rivalsa e invece non è andata come doveva andare. Io, però, non mi arrendo; non lo si deve fare mai. Il mio obiettivo per l’anno prossimo è di trovare il mio spazio in una squadra che mi vuole realmente. Invece di girare per la Lombardia, vorrei trovare un posto in cui avere continuità, poter dire la mia e sentirmi al centro del progetto. A livello di orari, la Prima Categoria per me sarebbe ideale. Ho ricevuto qualche richiesta, vedremo cosa succederà”.

Silvia Alabardi

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