Alcune persone guardano lo sport dagli spalti, altri invece ne ascoltano il respiro anche quando lo stadio è vuoto. Michele Marocco è tra questi ultimi: lui lo sport non lo racconta soltanto, ma lo traduce, gli dà una struttura e lo rende voce. Dai taccuini di Varese Sport alla scrivania di Responsabile della Comunicazione degli Eventi Internazionali sul Lago di Varese legati al mondo del Canottaggio e anche del Varese FC, il suo percorso è il viaggio di chi ha imparato a cambiare prospettiva.

Quando arriva ai microfoni di Radio Liuc, lunedì 20 aprile 2026, non fa rumore. Non ne ha bisogno. Porta con sé quella calma di chi conosce i tempi del racconto, di chi sa quando parlare e quando lasciare spazio al silenzio. Lo sguardo è attento e curioso, abituato a cogliere dettagli che spesso sfuggono.
Parla degli inizi, di quando il giornalismo non era ancora un lavoro, ma una direzione da intuire. Non c’è un singolo momento preciso, ma una somma di attimi, di partite viste da vicino, di storie raccolte quasi per istinto. È così che nasce una vocazione: senza annunci, ma con una certezza che cresce piano.

Poi, quasi sottovoce, emerge l’eredità più importante: quella del padre Egisto. Non è fatta di tecniche o di regole, ma di atteggiamento. Di rispetto per il lavoro, per le persone e per le storie. Un insegnamento che non si legge nei manuali, ma che si riconosce in ogni parola scelta con cura.
Quando si parla di Varese, il tono cambia. Si accende. Perché uno sguardo locale non è mai “piccolo”: è preciso. È capace di vedere quello che le grandi narrazioni perdono, di fermarsi sui dettagli, sui volti, sulle sfumature. Dove le telecamere nazionali scorrono veloci, chi vive il territorio, resta per raccontare davvero.

Nel suo percorso le storie non sono mai solo risultati. Sono persone, cadute e ripartenze. Alla domanda su quale racconto lo ha emozionato di più, Michele non sceglie l’evento più grande, ma quello più autentico. Parla di Edoardo Gorini, il giocatore con più presenze nella storia del Varese, tornato in città da ex dopo undici anni vissuti in biancorosso. Vedendolo commuoversi mentre riceveva una targa celebrativa, qualcosa ha colpito profondamente Michele: non è soltanto il gesto, ma il legame che continua a esistere tra gli sportivi, la città e i cittadini che la vivono. Perché nello sport, come nella vita, non sempre vince chi fa più rumore, ma chi lascia qualcosa nel cuore delle persone.

Il passaggio da giornalista a comunicatore e poi dirigente non è un cambio di strada, ma di prospettiva. Se prima osservava il gioco da fuori, oggi ne gestisce anche il racconto. E quando gli chiediamo quale “abito” sceglierebbe di indossare per sempre, la risposta non è una scelta netta, ma un equilibrio: ogni ruolo gli ha insegnato qualcosa. Però, c’è un aspetto che sente particolarmente suo: fare squadra. Vedere ragazzi partire con VareseSport e trasformare quell’esperienza nella propria professione è una delle soddisfazioni più grandi, il segno concreto di un lavoro che continua anche attraverso gli altri.

Parlando delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, Michele evita i riflettori e sceglie ancora una volta i dettagli. Racconta l’entusiasmo delle persone, la partecipazione collettiva e le emozioni condivise. Dopo aver vissuto anche le Olimpiadi estive di Parigi 2025 con una delegazione legata al mondo del canottaggio, ciò che porta davvero con sé non soltanto l’evento in sé, ma il modo in cui la gente lo vive. Ricorda il passaggio della fiamma olimpica a Varese, accompagnata da ali di folla e da una partecipazione capace di trasformare un momento simbolico in qualcosa di profondamente sentito. Per lui, il successo di eventi così grandi nasce proprio lì: nella passione delle persone.

Infine, arriva il consiglio, quello che forse resta più impresso. Michele non parla di talento né di fortuna. Parla della passione. Della capacità di far vivere una storia al lettore credendoci davvero, mettendoci studio, preparazione e attenzione ai dettagli. “Potranno chiudersi mille porte in faccia – dice –, ma ce ne saranno altrettante da aprire”. È questo, secondo lui, ciò che spinge a non lasciare nulla al caso e a continuare a credere nelle proprie capacità anche quando la strada sembra complicarsi. Quando l’intervista finisce, non c’è un momento preciso in cui tutto si chiude. Le parole restano sospese, come succede dopo i racconti che continuano a vivere dentro di te.

Ed è forse questa la traccia più autentica lasciata da Michele Marocco: l’idea che raccontare lo sport non significhi semplicemente descrivere ciò che accade, ma riuscire a coglierne l’anima, anche quando il pubblico se n’è già andato e lo stadio è tornato vuoto.

Francesca Meoni

Articolo precedente10 anni in biancoblu per Sandro Turotti: i top e i flop del Biellese. Le imprese del Direttore
Articolo successivoMemorial Pallaro – Vince la For Soccer, ma il successo è di tutti: “Questo è ciò che avrebbe voluto Christian”

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui