Si torna con i piedi per terra. Dopo settimane passate a sognare e toccare con mano l’ambizione di poter vivere un campionato diverso da quello delle ultime stagioni, proiettati in alto, con lo sguardo all’in su e non all’indietro la realtà del campo, l’unico giudice insindacabile della pallacanestro e dello sport in generale, ha detto che questa Pallacanestro Varese a quel livello di pensiero, di gioco, di durezza mentale, di qualità fisica e tecnica non c’è ancora.

Perché proprio sul più bello, proprio nel momento del salto in avanti, sono arrivate due sconfitte che per forza di cose ridimensionano le ambizioni, riportano alla dura realtà di una squadra che manca di quel quid in più che ci vuole per smettere di essere dannatamente ancorata ai propri limiti che però nulla centrano con la presunzione.

Nella sconfitta con Venezia c’è tutto: c’è la Varese che mostra la faccia più bella di sé, quella che Kastritis vorrebbe sempre vedere, quella che al Campus si cerca di plasmare da agosto, quella che il mercato in corsa ha reso possibile aggiustando gli errori dell’estate e che arriva ad avere nelle sue mani il pallino del proprio destino per andare alle Final Eight o la qualità per mettere sotto in maniera netta e perentoria una squadra come la Reyer, sulla carta superiore in tutto.

C’è questo ma c’è anche tutto il limite di un gruppo che lega la sua bellezza ad un equilibrio così fragile da sgretolarsi in pochissimo tempo su limiti caratteriali e di gestione del gioco e delle rotazioni, per una squadra che troppo si lascia prendere dalla foga di correre anche quando si dovrebbe rallentare; di qualità tecnica, legata ad un gioco tornato ad essere dannatamente troppo dipendente dalla percentuale al tiro da tre punti; fisica, che non ha giocatori strutturati in grado di reggere l’urto sotto le plance e che ciclicamente torna a soffrire degli atavici problemi nella lotta a rimbalzo che ne pregiudicano i risultati e le prestazioni.

Ed allora alla fin della fiera si ritorna sempre lì e lo si fa con la consapevolezza di essere sempre in mezzo a quella ricerca di sviluppo che è ancora lontana dalla sua realizzazione, a 4 punti dalla zona retrocessione ed a 4 dai playoff, con l’impressione però che come gli altri anni il passo all’indietro sia molto più corto di quello che ci vorrebbe invece per andare finalmente in avanti, benché la distanza sia la stessa, perché la prospettiva è decisamente diversa.

Alessandro Burin

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