Il nuovo corso Palumbo-Miele, scelta che va in qualche modo a premiare una linea di continuità al netto della scossa data al gruppo con la separazione da Antonio Paolillo, ha subito portato i primi frutti in casa Gavirate con l’incoraggiante pareggio di Gallarate che ha riacceso le lotta salvezza in casa rossoblù. Con quattro giornate al termine del Girone C di Promozione può ancora succedere di tutto (la forbice di cinque punti apre a diverse possibilità) e il sodalizio di Massimo Foghinazzi è determinato ad archiviare al meglio la stagione.

Il grido d’incoraggiamento più forte ai rossoblù arriva proprio dal tecnico uscente, visto che Paolillo si è lasciato in buono rapporti con la società e continua ad essere il primo tifoso di un Gavirate che, inevitabilmente, continua a sentire suo. “Faccio subito i miei complimenti ai ragazzi: prima di andare via, avevo detto loro di lavorare sodo e, alla luce della prestazione offerta domenica, hanno dimostrato di avere le carte in regola per salvarsi. Sono contento che Palumbo e Miele abbiano mantenuto lo stesso assetto: il problema non stava nel modulo, ma nella testa dei ragazzi e, al netto dell’ovvio dispiacere che provo, se il mio passo indietro è stato necessario allo switch non posso che essere contento per loro. Domenica ho visto una squadra concentrata che non ha commesso gli errori visti in passato: ho sempre detto che il Gavirate poteva vincere e perdere contro chiunque, mi auguro che nelle ultime giornate prevalga la prima opzione”.

Hai parlato di dispiacere: riusciamo a quantificarlo?
“Il dispiacere sta nel fatto di non essere riuscito a finire la stagione. Il Gavirate sta portando avanti un progetto davvero ambizioso: spiace che siano tremate le gambe nel momento di difficoltà che avevamo messo in preventivo, perché sapevamo fin dall’inizio che potevamo rischiare la retrocessione e che tutti noi dovevamo metterci in discussione. Alla fine, siamo arrivati a questa scelta, condivisa, e va bene così: sono comunque contento del lavoro svolto, un paio di chiamate per la prossima stagione mi sono già arrivate, perché abbiamo portato avanti un processo di crescita tangibile che si è visto sul campo. In ogni caso, ringrazio pubblicamente il Gavirate per l’opportunità che mi ha concesso”.

Guardando alla rosa, quanto hanno inciso le caratteristiche del gruppo sulla stagione?
“Se analizziamo i numeri, avevamo una rosa di 22 giocatori contro i 24-26 delle altre squadre. Dentro c’era un solo giocatore proveniente dall’Eccellenza, tre Under18 che non arrivavano nemmeno da campionati nazionali, quattro Under19 regionali, tre ragazzi fermi da mesi, due provenienti dalla Juniores Nazionale e due dall’Élite. È chiaro che serviva tempo. Nonostante questo, ho lasciato una squadra che è ancora matematicamente in corsa per salvarsi grazie alla forbice e con la concreta possibilità di giocarsi i playout, cosa che a inizio stagione non era affatto scontata”.

Cosa è mancato per fare qualche punto in più?
“Nel calcio bisogna avere continuità di risultati. Noi guardiamo i fatti, non le parole: abbiamo sbagliato tutti, inutile cercare colpevoli. Se guardiamo l’andata, in quattro partite dal Gallarate in avanti avevamo fatto otto punti: questo significa che nelle ultime gare si può ancora pareggiare il bilancio dell’andata e la differenza con il bottino punti del ritorno sta proprio nelle prossime partite. Indubbiamente ci è mancato qualche gol, perché difensivamente la squadra si è sempre comportata bene”.

Anche a livello di prestazioni è mancata la continuità?
“Le prestazioni ci sono sempre state. La differenza è che nel girone di ritorno tutte le squadre si sono rinforzate: basti pensare alla Castanese che ha cambiato ben dodici giocatori. Noi abbiamo mantenuto lo stesso assetto e questo ha inciso. Inoltre, gli avversari hanno cambiato modo di affrontarci: all’andata li avevamo sorpresi, al ritorno hanno iniziato ad aspettarci, a giocare sul nostro errore. È successo con il Luino e con Canegrate… ed è giusto così. Lo avevamo anche detto ai ragazzi: in questi casi diventa fondamentale l’attenzione individuale, perché ogni errore lo paghi caro. Non ho comunque mai avuto dubbi sul valore di questo gruppo perché, ad esempio, dopo tre sconfitte consecutive siamo andati a fare una grande partita con il Cantalupo. L’unica partita davvero sbagliata è stata con l’Ispra, per il resto siamo sempre stati in linea”.

La scossa era inevitabile?
“Le abbiamo provate tutte. A un certo punto serviva dare un segnale forte. La guida tecnica in realtà non è cambiata, perché Palumbo e Miele erano già dentro il progetto, ma era giusto far capire ai ragazzi che alle prestazioni devono seguire delle conseguenze. Forse siamo stati anche troppo comprensivi: è giusto permettere di sbagliare, ma fino a un certo punto. Va anche ricordato che molti di questi ragazzi non avevano mai affrontato un campionato così impegnativo; quindi, era normale mettere in conto delle difficoltà. Con la società, pur magari avendo visioni diverse su determinati argomenti, non c’è mai stato uno scontro: spero che questa decisione serva davvero al gruppo per ritrovare ciò che ha perso durante l’anno e per chiudere al meglio la stagione”.

Dopo la rescissione, pur restando nel ruolo di direttore tecnico, si è defilato anche Mario Fiore.
“Con Mario lavoro da sette anni, scambiandoci anche i ruoli visto che in passato ero stato il suo secondo. Non è mai stato un vice nel senso classico, ma una figura con cui ho sempre condiviso idee e visioni. Parliamo la stessa lingua e, se ci sarà la possibilità, mi piacerebbe continuare a lavorare con lui. Voglio sottolineare il suo gesto spontaneo nel farsi da parte: oggi nel calcio non è scontato mettere davanti i valori umani rispetto all’ambizione personale perché, parliamoci chiaro, uno come Mario Fiore potrebbe allenare ovunque. Resta comunque un patrimonio che il Gavirate deve tenersi stretto”.

Guardando al futuro: cosa c’è nel tuo orizzonte?
“In queste settimane sarò quasi più occupato di prima (ride, ndr) visto che andrò a vedere quante più partite possibili: mi piace tenermi aggiornato e continuare a studiare. Credo molto nell’etica e nella cultura del lavoro: mi sono guadagnato il patentino UEFA A con sudore e sacrifici, ho fatto esperienze importanti nel professionismo tra Francia e Svizzera, e quest’anno mi serviva per farmi conoscere nel panorama italiano. Mi piacerebbe lavorare in una realtà solida, con un progetto chiaro e soprattutto con un forte sviluppo del settore giovanile. Credo molto nella crescita dei giovani, nel portarli gradualmente in prima squadra. Ci sono modelli virtuosi, come Rhodense o Morazzone, che dimostrano come si possa lavorare bene in questa direzione: non sono loro ad avermi contattati, ma credo sia giusto dare merito a società che operano in un certo modo”.

Matteo Carraro

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