
Sei giornate alla fine del campionato e un +12 da difendere (sette punti per scampare alla forbice playout): l’Uggiatese ha un discreto tesoretto da amministrare per garantirsi la matematica salvezza in un Girone X di Seconda Categoria più complicato del previsto, ma che i gialloblù hanno affrontato con grande impegno fin dal principio.
Outsider da Como, al pari della Concagnese, l’Uggiatese si è presentata al raggruppamento di Varese con un progetto rinnovato, fatto comunque di certezze; questo, unito a qualche infortunio di troppo, ha influito parzialmente in negativo sul rendimento della squadra che si è staccata abbastanza in fretta dalle posizioni di vertice. Al netto di qualche risultato davvero pesante, però, l’Uggiatese ha dimostrato di avere potenzialità interessanti e si è sempre mantenuta sopra la soglia di galleggiamento. E, adesso, è il momento di chiudere i conti.
Cosa che un vecchio lupo di mare (pardon, di lago) come Riccardo Perin sa bene. Il portiere classe ’90 è un’autentica bandiera dell’Uggiatese: in gialloblù dal lontano 2013 (“Credo, ormai è passato tanto di quel tempo…” scherza subito), l’estremo difensore rappresenta un vero punto di riferimento non solo per il gruppo squadra ma per l’intera società. E, non a caso, è proprio lui a prendere parola al climax della stagione partendo dal più grande punto di forza: “Qui a Como distinguiamo le squadre del lago da quelle che non lo sono. Noi siamo più del lago, perché siamo praticamente tutti di Uggiate. Di conseguenza non siamo magari una squadra che attira, ma è proprio questo il bello: è la nostra forza, siamo un grande gruppo che in determinate situazioni fa la differenza. Una volta finite le giovanili sono arrivato qui per merito del grande Gerardo Garganico, mio primissimo allenatore e all’epoca ds dell’Uggiatese; da quel momento non me ne sono più andato”.
Come vivi il tuo ruolo?
“Con alterne fortune: non sono particolarmente dotato in altezza (ride, ndr), ma sono sempre stato primo o secondo nel corso delle annate. Da giovane ero trascinato dai più grandi, poi, dopo la retrocessione del 16/17, noi del ’90/’92 con qualche ’99 abbiamo rimesso su un gruppo che è tornato in Seconda Categoria. Quest’anno è stato un altro giro di cambi generazionali e ci sono stati addii pesanti, visto che anche la Svizzera ci ha portato via giocatori importanti. La nostra forza resta sempre il gruppo di amici, senza rimborsi, che letteralmente si costruisce al bar”.
Venendo a questa stagione, te l’aspettavi così?
“In primis non mi aspettavo di finire in questo raggruppamento. Nella stagione 2014/15 ero stato nel girone basso di Varese, giocando dalle parti di Busto e Gallarate. A parte Union Tre Valli e Cuassese, affrontate in Coppa, l’unica altra che avevo incontrato era il Lonate Ceppino. Mi sembra un campionato molto livellato, ma per noi non è stato facile tra il cambio di mister, i nuovi giovani e gli infortuni dello scorso anno che non abbiamo ancora recuperato. Penso a capitan Pontiggia che ha deciso di smettere, Papis che è fermo da febbraio 2025 e Andrea Moretti che si è infortunato alla prima giornata; per noi è stata una grossa mazzata e fin dal principio è stata una stagione di rincorsa. Adesso abbiamo trovata la quadra; dopo la Valcuviana, al netto del giro a vuoto con il Buguggiate, abbiamo dimostrato di esserci”.
Ci sono differenze tra la Seconda Categoria di Como e quella di Varese?
“La vera grossa differenza riguarda i campi sintetici. L’anno scorso credo di aver fatto tre partite sul campo in erba: nel girone di Varese diciamo che i terreni di gioco non sempre sono stati ottimali e abbiamo giocato su campi che raramente mi ricordo di aver trovato anche nelle peggiori Terze Categorie. Escludo ovviamente i sintetici di Capolago e Morazzone, mentre la Cuassese ha un gran bel terreno; per il resto, non me ne vogliate, ma ne ho visti di davvero brutti. Va anche detto che stanno cambiando i giocatori: non ci sono più i fabbri di una volta, ma come diciamo noi c’è “gente studiata”; giocare su campi del genere è difficile. Il campionato, comunque, è molto livellato: c’è il buco tra noi e quelle dietro che vogliamo mantenere tale”.
Risultati alla mano, c’è stata una discreta alternanza tra risultati positivi e sconfitte anche molto pesanti. Come te lo spieghi?
“Due situazioni legate l’un l’altra: la rosa è cambiata tanto, ci sono parecchi giovani e, di conseguenza, i cali psicologici vanno messi in conto. Proprio in virtù dei tanti infortuni ci mancava il centrocampo, soprattutto un incontrista che potesse dare equilibrio; di conseguenza, spesso, ci è capitato di perdere intensità nei momenti sbagliati. Penso al 4-0 contro il Bosto: chiunque fosse a vedere la partita potrebbe confermare quanto sto per dire, visto che abbiamo avuto parecchie occasioni per pareggiarla o riaprirla. Quella partita, però, ci ha dimostrato una volta di più come l’esperienza sia fondamentale; noi, giocoforza, da questo punto di vista pecchiamo”.
Come da tradizione, in questo periodo del campionato bisogna prestare un occhio di riguardo a chi sta in basso. L’attuale +12 vi lascia semi-tranquilli?
“Io sono il negativo dei negativi, faccio sempre discorsi pre o post partendo dal presupposto che facciamo ca**** (ride, ndr). Se ci sentiamo arrivati e alziamo il piede, è il momento giusto per cadere e farsi male. Nelle ultime giornate alcune squadre possono iniziare a non avere più nulla da dire e di conseguenza arrivano risultati strani e imprevedibili: ad oggi quasi tutte si stanno giocando ancora qualcosa, ma fra tre giornate la situazione potrebbe essere diversa. Noi dobbiamo solo spingere al massimo: per essere tranquilli ci servono altri 6/8 punti. Con 35 punti saremmo al sicuro”.
Scongiuri a parte, acquisita la salvezza, l’ultima domanda è: l’anno prossimo preferiresti tornare in questo raggruppamento o giocare nel girone di Como?
“Per il cuore, per le faide e per il campanilismo, dico Como. Lo viviamo proprio tanto. A inizio stagione mi occupavo della pagina IG e avevo parlato di noi e della Concagnese come nell’Inferno di Dante, con la speranza di uscirne. Preferirei tornare a Como per tante ragioni, anche di gruppo: le trasferte qui sono relativamente corte, mentre eravamo abituati a fare trasfertone allucinanti in cui era anche bello fermarsi a mangiare tutti insieme da qualche parte. E poi ci sono le rivalità personali: da portiere, ad esempio, mi manca vedere l’attaccante che mi aveva segnato la volta prima o a cui avevo impedito di segnare e sfotterci a vicenda”.
Matteo Carraro






























