I tifosi che lasciano anticipatamente il palazzetto, i fischi debordanti alla sirena di fine partita, il penultimo posto in classifica e la sensazione, che nei fatti diventa certezza, di aver sbagliato anche quest’anno più del dovuto, più del concesso, nella costruzione di un gruppo che si ritrova nel bel mezzo di quel baratro che si chiama zona retrocessione, a fine novembre.

Passano gli anni, cambiano le gestioni tecniche, cambiano i giocatori ma il risultato pare non cambiare mai. Contro Udine ci si aspettava il secondo allungo di una maratona iniziata con Venezia e sublimata nel derby con Cantù, fatta di una crescita costante, chilometro dopo chilometro, di una Varese che pareva, seppur in mezzo a mille difficoltà, aver trovato la sua dimensione, la sua identità, il suo essere in campo e nello spogliatoio, ed invece è arrivata la più brusca delle cadute, di quelle che ti costringono ad abbandonare la gara, prenderti del tempo per recuperare, riflettere, pensare, ben consapevole che di tempo, ogni settimana che passa, ce n’è sempre meno.

Il 59-66 con cui l’APU sbanca Masnago è qualcosa di orribile per le fattezze in cui si sviluppa, un disastro sportivo che nemmeno l’esiguo divario nel punteggio riesce a mitigare, perché risultato di una prestazione tra le peggiori non degli ultimi tre anni ma probabilmente dell’ultimo decennio. Una squadra scollata in ogni suo elemento, completamente scarica mentalmente e caratterialmente, povera tecnicamente, tatticamente e fisicamente contro cui basta una prova tanto ordinaria da sembrare straordinaria che basta per prendersi i due punti ed una grande rivincita, quale quella di Vertemati.

Proprio quel Vertemati che era stato il primo allenatore esonerato sotto le gestione Scola e che a distanza di anni torna a Masnago e non solo vince ma stravince, la sfida diretta con quell’allenatore che invece, del progetto del CEO argentino, è stato insignito solo pochi giorni fa di una fiducia ed un credito di cui nessun altro finora aveva goduto, ovvero Ioannis Kastritis, fresco di rinnovo fino al 2028 e d al centro di un’analisi post partita che non si può soffermare al mero problema di approccio mentale, come verrà raccontato in conferenza stampa.

Perché la sconfitta con Udine è figlia di problemi tattici e tecnici evidenti, figli di scelte difficilmente comprensibili alla luce, poi, degli effetti che hanno provocato in campo, come la scelta di partire ancora una volta con in quintetto Moody e Freeman; come i continui cambi che tolgono continuità e tempo di adattamento alla partita ai giocatori in campo; come la scelta di andare praticamente sempre con i 4 piccoli in una partita in cui affronti la miglior squadra rimbalzista del campionato e tiri con il 10% da tre punti; come l’impossibilità, ormai evidente, di giocare con Nkamhoua e Renfro insieme perché si pestano i piedi; come la scelta di usare Assui da ala grande in assenza di Alviti benché abbia ormai ampiamente dimostrato di essere molto più un esterno che un’ala forte; come la scelta, fatta in estate, di puntare su un giocatore come Freeman a cui manca tantissimo per tornare ad essere il grande giocatore di qualche anno fa e a cui si concedono ben 26′ in campo di nulla.

Tutte cose che non si possono non tenere in conto, al netto, poi, della più grande preoccupazione, ossia quella di una squadra tornata ad apparire senz’anima, senza costrutto, senza un’idea precisa di che cosa fare ma soprattutto di che cosa essere, nel limbo tra l’attesa di qualche novità dal mercato e la speranza che ancora una volta, per il terzo anno di fila, il miracolo di un cambio di rotta repentino si realizzi per evitare il naufragio scampato solo per pochi centimetri nelle ultime stagioni.

Ed è in questo contesto che è innegabile aspettarsi qualcosa di più in primis da chi questa squadra la conduce, la guida, ne plasma le membra e ne costruisce un’identità, o quantomeno dovrebbe, perché al di là delle parole, degli slogan, delle spiegazioni, delle scuse e delle motivazioni, ancora una volta, la classifica ed i risultati parlano di un inizio di stagione negativo, di una penultima posizione, di una zona retrocessione che è realtà e che determina anche quest’anno l’obiettivo di questa Varese: salvare tutto il salvabile, invertendo una rotta altrimenti destinata all’oblio.

Alessandro Burin

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