
Ci sono sconfitte di cui l’analisi è talmente facile da sembrare quasi impossibile. Sconfitte che si spiegano in poche righe o in qualche numero tanto eloquente da non lasciare spazio ad altri tipi di analisi. Sconfitte che allo stesso tempo, però, lasciano un senso di frustrazione, di indignazione, di rabbia per quanto visto che in campo che si vorrebbe dire talmente tanto che è forse meglio dire poco.
La batosta per 104-75 con cui la Pallacanestro Varese torna da Napoli è facilmente spiegabile nella sua natura: una squadra che si è presentata al PalaBarbuto senza grandi pressioni di sorta, che è entrata in campo con la testa altrove e la pancia piena, ma qui si pone il grande interrogativo: piena di cosa?
Può forse bastare una salvezza ormai praticamente acquisita a saziare la fame di vittorie di questa Pallacanestro Varese? Per quanto visto a Napoli la risposta è sì, a questa squadra evidentemente può bastare, alla gente di Varese che viene da anni di sofferenze con salvezze risicate nelle ultime giornate, che sogna di tornare a vivere almeno un primo turno playoff, no.
Ma in campo ci vanno i giocatori, ci va chi ieri a Napoli si è lasciato surclassare in tutto e per tutto da una squadra che non ha fatto nulla di straordinario ed a cui è sembrato tutto fin troppo facile contro una Varese in versione campettata della domenica, che all’intervallo ha fatto registrare numeri degni di una partita da CSI (e non ci voglia male chi questa categoria la gioca e lo fa con più impegno e voglia di quanto dimostrato dalla Openjobmetis in campo ieri): 19 punti segnati a fronte di 47 concessi in 20 minuti, 33 rimbalzi concessi a Napoli nel solo primo tempo, 1/21 da tre punti nei primi due quarti, solo 6 punti segnati nel secondo periodo. Come dicevamo all’inizio, a volte bastano poche righe o numeri per spiegare una sconfitta che si materializza al completo in un secondo tempo buono solo per le statistiche che vedranno il peggior computo a rimbalzo della stagione, con 54 carambole lasciate a Napoli (una in più di quelle che Udine colse sul parquet di Masnago nel blitz per 59-66 di qualche mese fa) o il baratro raggiunto sul – 38 (88-50) a pochi minuti dal termine che non fanno altro che definire ancora di più i contorni di una sconfitta tanto pesante quanto semplice da spiegare.
Allora si torna a domandarsi, partendo dal presupposto base che la testa era altrove e che non si possa analizzare fattore tecnico o tattici di una partita non giocata da Varese, di cosa sia piena la pancia di questa squadra? Piena di un senso di appagamento per aver quasi raggiunto l’obiettivo minimo stagionale? Piena dal pensiero di poter concludere la stagione a metà maggio e andare tutti in ferie? Piena di quell’amore che tanto la piazza di Varese darà sempre perché fin troppo innamorata in maniera commovente di questi colori?
Ecco, fosse anche solo per questo ultimo motivo andrebbe almeno in minima parte ricambiato, anche perché fatichiamo proprio a capire di cosa potrebbe essere piena la pancia di una squadra che non ha ancora fatto nulla e che anzi, ogni qualvolta ha provato ad alzare l’asticella, è fragorosamente caduta in una dimensione di piccola realtà a cui basta il minimo per essere felice e che dall’essere tale non riesce proprio a discostarsi.
Alessandro Burin























