La notizia del progetto congiunto e presentato in forma non vincolante a NBA Europe da parte di Pallacanestro Varese e del Fondo RedBird ha creato grandissime aspettative e sogni nel mondo biancorosso.
Un progetto che abbiamo provato a inquadrare, per fare chiarezza, con un esperto del settore economico-sportivo, ossia il dottor Marcel Vulpis, giornalista professionista specializzato in economia e politica dello sport, fondatore e direttore dell’agenzia stampa Sporteconomy.

Direttore, partiamo dal definire come operano i fondi d’investimento collegati allo sport?
“Il principio base di questi fondi è fare un investimento, anche importante, raggiungendo il break-even nel minor tempo possibile. L’obiettivo è abbattere il rischio attraverso la diversificazione, centrare il pareggio e creare surplus utili per gli investitori, ai quali vengono anche forniti tempi di rientro dal finanziamento. Sono operazioni altamente speculative, soprattutto in base al mandato che ricevono alcuni investitori, che non sempre sono visibili per ragioni di privacy. Tu vedi il proprietario, come Gerry Cardinale, ma non sai se dietro ci siano 100 investitori o solo 2. La logica è attrarre fondi per sviluppare progetti: RedBird è molto concentrato su sport e media (Paramount, Milan, Tolosa, magari un domani la Pallacanestro Varese). Qui entra in gioco anche la logica degli impianti, perché i fondi americani sono molto interessati a questo ambito per il know-how e le idee manageriali che possiedono.”

Come si sono sviluppati gli ingressi operati dai fondi negli ultimi anni, soprattutto nel calcio in Italia?
“Ormai si va sempre più verso logiche di controllo, perché hanno capito che lavorare con azionisti italiani non è semplice, soprattutto nel calcio. Se hai il controllo oltre il 51%, è chiaro che diventa più facile prendere determinate decisioni. Gli italiani, spesso, cercano azionisti di minoranza, ma la logica americana è diversa. Ci sono stati anche casi di questo tipo finiti male, ma solitamente l’approccio è un altro. Non è una questione automatica: non si parla solo di costo dell’equity, ma anche di tutti i costi collaterali, come gli investimenti sugli impianti, che fanno funzionare il sistema. L’Italia viene vista come un Paese dove investire a basso costo, ma non è detto che questo porti rapidamente al break-even, anche perché spesso si parla di fan base ristrette, come nel caso della Fiorentina. Tra l’altro, gli americani hanno una percezione del prezzo diversa dalla nostra.”

Come, in questo quadro, può inserirsi l’ingresso di fondi nel basket europeo, ovviamente collegato al progetto NBA Europe?
“È chiaro che l’NBA non ha saturato il mercato statunitense, la crescita passa o dall’ingresso di nuove franchigie, oppure da un’espansione internazionale. Si parla di regole privatistiche: se vuoi sederti al tavolo di chi comanda, devi investire. Tuttavia, questo sistema chiuso, accessibile solo a grandi capitali, crea un circolo economico molto redditizio per chi riesce a entrarvi. Nel caso di Varese, io credo che il tema principale sia legato alla realizzazione di un impianto, come quello di cui ho letto possibile da 15.000 posti tra San Donato e Busto, che richiami tanti investimenti. Diventare proprietari dell’asset, svincolandolo dal solo risultato sportivo, è centrale: il business dell’impianto rende la parte sportiva quasi un elemento collaterale. Senza un impianto, difficilmente credo RedBird possa investire nella Pallacanestro Varese. E questo vale non solo per Varese: gli investitori americani non fanno beneficenza.”

Secondo lei è credibile parlare di mera partnership tra Pallacanestro Varese e RedBird?
“Premesso che chi detiene i diritti del club decide se e quando vendere, se un fondo ha la possibilità di acquisire la proprietà e la gestione dell’impianto, lo scenario cambia completamente. Potrebbe anche accettare una sponsorizzazione ‘di facciata’, ma è raro vedere fondi operare in questo modo. Chiaro che se trovano una società solida che dà chiusura totale alla cessione, difficilmente hanno alternative e se vogliono portare avanti questo progetto possono anche scendere a partnership”.

Come inquadra il fondo RedBird?
“È un buon fondo, anche se ormai ce ne sono molti. Tutto dipende dalla sua capacità di attrarre investimenti: più liquidità hai, più puoi acquistare a prezzi bassi e rivendere successivamente. Deve quindi individuare linee di investimento efficaci.”

Cosa pensa a livello generale del progetto NBA Europe?
“Il mercato europeo non è ricco come quello statunitense o del Golfo. Quando gli ideatori sono arrivati in Italia per parlare con Milano e Roma non c’era una variabile che oggi pesa molto: la guerra. Questo comporta un rallentamento nei tempi, e per la logica americana è un problema, perché la macchina NBA Europe è già partita. Ci sono variabili che probabilmente non avevano previsto e che rischiano di rallentare fortemente il livello di espansione, a meno che l’NBA non decida di investire con grande liquidità. In economia si cresce in due modi: per via endogena o esogena. La prima è già stata ampiamente esplorata; ora resta quella esogena: entrare in Europa, poi Africa e Asia. L’unica lega più forte dell’NBA, secondo me, è la NFL, ma l’NBA resta quella con la maggiore capacità di espansione a livello globale.”

Come potrebbe svilupparsi il discorso dei diritti tv in un mercato, quello europeo, praticamente interamente rivolto al calcio da questo punto di vista?
“Serve trovare un posizionamento marketing molto forte, con un brand distintivo. In questo, NBA Europe secondo me potrà fare molto bene. Dato che le risorse non sono illimitate, il rallentamento del calcio, soprattutto italiano, può essere un’opportunità: è più facile inserirsi con qualcosa di innovativo. Ricordiamoci che siamo un Paese molto esterofilo, quindi aperto alle novità. Se Roma, Milano o la stessa Varese entrassero nel progetto, porterebbero con sé una cultura e un pubblico pronti a essere intercettati con un prodotto di alta qualità.”

Alessandro Burin

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