
Sì, io me la ricordo l’estate del 1993. Per una decina di giorni a Varese e dintorni non si parlò d’altro che dell’arrivo in Pallacanestro Varese di “Mister Miliardo”, al secolo Roberto Cazzaniga.
In un mondo, quello del basket, che a passi lunghi e abbastanza disordinati stava cercando di capire, valutare e prevedere gli effetti della famigerata “Legge Bosman” e, contemporaneamente, quelli prodotti dalla “Legge ’91”, l’arrivo in città di un ragazzino di 15 anni il cui cartellino era stato valutato un miliardo di lire, cifra impressionante soprattutto in un movimento che sembrava avviarsi verso il “liberi tutti”, destò clamore, stupore, sorpresa e un ovvio, inarrestabile interesse.
Tutti questi stati d’animo, per noi addetti ai lavori e per tutti quanti, svanirono però nel giro di pochi minuti. Giusto quelli necessari, dopo aver parlato brevemente con Cazzaniga e dopo averlo visto all’opera, per rendersi conto che il “povero Roby”, ragazzo timidissimo, introverso e chiaramente impacciato era finito, suo malgrado, in un meccanismo più grande di lui.
Infilato, il buon Roby, classe 1978, in una pericolosa e stritolante ruota dentata rispetto alla quale, con un comprensibile, giustificato e umanissimo spirito difensivo, Cazzaniga chiedeva e voleva stare alla larga. Richiesta subito accolta ed etichetta, quella di “Mister Miliardo”, staccata e immediatamente buttata nel cestino.
Robertino, almeno a Varese, poteva cominciare a vivere tranquillamente, senza indebite e inutili pressioni e in totale serenità la sua nuova avventura cestistica. Quella che, appunto, lo aveva portato da Aurora Desio, la sua “Alma Mater”, alla Pallacanestro Varese e, più avanti, verso una carriera lunga, brillante e vincente.
“Chiariamo subito una cosa: io – dice in tono risoluto Cazzaniga -, di quel famoso e pesantissimo miliardo non ho mai visto nemmeno una lira perché ai tempi la proprietà del mio cartellino era del presidente Celada il quale un bel giorno, e in maniera piuttosto sbrigativa, comunica al sottoscritto e alla mia famiglia di avermi ceduto alla Pallacanestro Varese. Solo qualche settimana dopo leggendo i giornali sportivi veniamo a conoscenza delle cifre, vere o presunte tali, legate alla mia cessione. In ogni caso ci tengo a precisare che per me, ragazzino inconsapevole, in tutta questa vicenda, peraltro misteriosa, contava solo un aspetto: il trasferimento ad un club prestigioso e importante come quello varesino. Niente altro. Ero felicissimo di essere a Varese. Punto e stop”.
Ok, fatta questa precisazione partiamo dal primo capitolo: sempre e solo basket nella tua vita?
“Proprio no – risponde prontamente Roberto -. Il mio primo sport è stato il nuovo, disciplina nella quale grazie ad un fisico lungo lungo e leggerissimo dimostro una buonissima acquaticità al punto che dirigenti e allenatori del nuoto mi propongono di entrare nella squadra agonistica. Io però declino l’offerta perché a 10-11 anni trascorrere ore e ore in vasca tutti i giorni è davvero noioso. Così in compagnia di un paio di amici mi iscrivo ai corsi di pallacanestro organizzato dal Cantalupo Basket, una società del quartiere dove abito, a Monza. Alla fine delle scuole medie sono già alto 2 metri, ma sotto il profilo cestistico sono letteralmente inguardabile e se parliamo di coordinazione motoria sono anche peggio perché le mie braccia vanno da una parte e il mio corpo va in direzione opposta. Ma, si sa, l’altezza conta e in virtù delle mie doti fisiche mi trasferisco a Desio. In Aurora incontro allenatori che con tantissima pazienza, mi insegnano l’ABC del gioco e al ritmo di 6 allenamenti la settimana – 3 di pallacanestro, 3 di preparazione atletica -, dopo un paio di stagioni qualcosa di buono inizia a affiorare. Nel frattempo, l’Aurora Desio accusa problemi societari, così dall’oggi al domani mi ritrovo catapultato sul pulmino che dal Campus viaggia verso Pila, Aosta, per cominciare la stagione 1993-1994 agli ordini di coach Dodo Rusconi e in compagnia di giocatori – Vescovi, Meneghin, Komazec, Tony Bulgheroni, Biganzoli e soci -, che fino a pochi giorni prima vedevo in televisione o conoscevo solo attraverso le pagine dei giornali”.
Dopo la fase di preparazione aostana cosa succede?
“Succede che torno a Varese, mi stabilisco in una stanza nella foresteria allestita al Centro Campus e per un anno, allenato da coach Giulio Besio, gioco nelle squadre di settore giovanile, mi alleno con la prima squadra e il 6 novembre del 1993 esordisco in serie A contro la Scavolini Pesaro e, pensa te, al debutto rifilo anche una stoppata a Mc Cloud, decisiva per vincere la partita. Nella seconda stagione varesina coach Rusconi mi inserisce nella rosa ufficiale della prima squadra, ma il piede in campo non lo metto praticamente mai e mi limito a fare da sparring-partner a Ricky Petruska che, immancabilmente, in allenamento mi dà un sacco di botte e mi tratta come un punching-ball. Però, di quegli anni ricordo con grandissimo piacere la nascita di un gruppo di fenomenali e divertentissimi giocatori-casinisti con Pozzecco e Meneghin leader assoluti di una compagnia in cui Marcellino Damiao, Mimmo Morena, il compianto Chicco Ravaglia, lo stesso Petruska, Bill Edwards e Gufo Malavasi recitano molto bene la parte di “spalla” di Pozz&Menego. Di quel primo periodo varesino vorrei ricordare tre figure che per me sono state fondamentali. Quella di Cecco Vescovi che è stato il mio grande, imprescindibile padre putativo cestistico, sempre generoso di consigli e attenzioni dentro e fuori dal parquet. Quella di Andrea Meneghin che è stato il mio fratellone maggiore, molto protettivo nei miei confronti e, non avendo io la patente, sempre disponibile a scarrozzarmi in giro per la città e per tutti gli impegni di basket. E, infine, quella del professor Cecco Lenotti che prima mi ha proposto un accuratissimo programma di preparazione atletica e fisica e, aspetto più importante, lungo tutto questo percorso mi ha seguito con incredibile e infinita pazienza. Al grandissimo Cecco Lenotti devo davvero tanto della mia carriera”.
Carriera che nell’anno 1998-1999 prende una direzione imprevista
“Ripensare a quella stagione mi fa malissimo perché, enorme errore da parte mia, lascio la Pallacanestro Varese proprio nell’anno in cui conquista il famoso scudetto della Stella. Però, occorre ricostruire i fatti che mi spingono a quella decisione che, col senno di poi, si rivela scellerata. L’anno prima, stagione 1997-1998, la vivo quasi tutta da spettatore sulle tribune di Masnago a causa di un duplice infortunio, prima alla caviglia, poi al tallone d’Achille. Quindi, come comprensibile, nell’estate del 1998 ho un solo desiderio: giocare. Ma a Varese, che ha appena firmato un top player come Gek Galanda, questo desiderio è pura utopia così accetto l’offerta di coach Marco Crespi che dopo avermi allenato nella Nazionale Under 21 mi vuole all’Olimpia Milano. Tuttavia la realtà è più dura di come uno se la immagina e anche a Milano gioco poco niente semplicemente perché non sono pronto e dopo anni passati ad “ammazzarmi” in allenamento mi mancano completamente l’agonismo e il senso vero del gioco vero: quello che uno impara e fa suo solo giocando da protagonista in partita. Quindi, dopo 6 lunghi anni di praticantato nell’estate del 1999 mi ritrovo al punto di partenza, senza squadra, sulla strada, valigia in mano, ma deciso a ricominciare a capo”.
Da dove riparti?
“Rifiuto delle offerte dalla serie A2 perchè – spiega Roberto -, sento che fare il cambio degli americani non è la scelta giusta. Quindi decido di rimettermi in gioco in B1, a Vigevano e pian piano, dopo un inizio durissimo e pieno di difficoltà, il mio “motore” riprende a girare. A Vigevano disputiamo un buonissimo campionato arrivando fino alla semifinali playoff e, personalmente, ho la fortuna di trovare coach Eugenio Dalmasson che tra tanto bastone e qualche carota mi aiuta a riprendere confidenza con la pallacanestro giocata. L’estate successiva caricato a mille, e in virtù di un contratto ancora valido, torno in Pallacanestro Varese, ma l’annata 2000-2001 per me è da chiaroscuro. La mia prima stagione con esordio vero in serie A, con coach Federico Danna che mi dà fiducia e spazio, si chiude con numeri più che accettabili – 15 presenze in quintetto in 34 gare con 530 minuti giocati (17 mpg), 116 punti segnati (4 ppg), ma la squadra non gira, coach Danna è messo alla porta. Con l’arrivo di coach Dado Lombardi il mio minutaggio si riduce drasticamente, mentre la squadra termina il campionato senza infamia e senza lode in undicesima posizione. Per me si chiude definitivamente anche l’accordo con Varese così vado a Pavia, in serie A2, per una stagione che, a parte la presenza di un grande giocatore come Fabietto Di Bella, ha ben poco da ricordare. Invece, restano assolutamente impresse nella mia memoria le due annate, 2002-2003 e 2003-2004, vissute in B1 a Castelletto Ticino con coach Meo Sacchetti sul ponte di comando. Nella prima raggiungiamo la semifinali playoff, mentre nella seconda, tra lo stupore generale, conquistiamo la promozione in serie A2 con una squadra che sicuramente non è considerata favorita”.
A Castelletto inizia la “leggenda Cazzaniga”: il giocatore perfetto, ossia quello che devi assolutamente avere con te se vuoi vincere campionati nelle “minors”
“Parlare di “leggenda” mi sembra esagerato però è vero che grazie agli anni con coach Meo inizia la mia parabola ascendente verso il successo. Dopo Castelletto infatti vado in B1 a Casale Monferrato e sotto la guida di coach Ciani rivinco il campionato ma, solito “refrain”, siccome la A2 è il regno degli americani, l’anno dopo opto per Cremona, sempre in B1, e con coach Trinchieri in panchina vinco per la terza volta il campionato di B1. Questo giro però coach “Trinca” mi conferma e per due stagioni gioco finalmente e stabilmente in A2 in una città, Cremona, che per me è diventata speciale perché vi ho messo su casa insieme a mia moglie Marilisa e alle mie figlie: Camilla nata nel 2002 e Ginevra nel 2008. Dopo Cremona mi sposto di poco e finisco a Casalpusterlengo, pronto per vincere di nuovo la serie B1 e nella stagione 2009-2010 sono ancora ai nastri di partenza della A2. Chiusa l’esperienza con CasalP. scendo ancora in B1 con annate più che discrete trascorse a Piacenza e ancora a Pavia. Poi, dal momento che la vita non finisce di sorprenderti ecco che a 34 anni mi arriva da coach Caja la proposta di far parte del roster della Vanoli Cremona in A1 con un ruolo da “espertone” italiano del gruppo condiviso con il buon Andrea Conti. La mia annata nella massima serie parte abbastanza bene perchè “Artiglio” mi fa giocare abbastanza. Ma dopo un paio di mesi, complice una classifica pericolosa, coach Caja viene esonerato e con il suo sostituto, coach Gresta, non vedo più il campo. Così l’anno successivo avendo solo voglia di giocare scendo di categoria e accetto l’offerta di Legnano Basket con cui nella famosa Final Four di Cervia vinco l’ennesimo campionato e con i Knights conquistiamo la promozione in serie A2. Dopo la grandissima emozione legnanese vado a Montichiari ancora in B, ma durante la tappa bresciana, avendo 36 anni suonati, inizio seriamente a pensare al dopo basket e a come sfruttare le mie conoscenze di informatica. Nel basket accetto la proposta della Ju-Vi Cremona, storico club cittadino che intende rilanciarsi. Con la Ju-Vi vivo tre stagioni super positive coronate da altrettante promozioni: dalla D alla C2, dalla C2 alla C1 e, infine, dalla C1 alla B2 e con l’ultimo successo, a 40 anni tondi tondi e ben 25 di carriera professionistica, appendo la scarpe al fatidico chiodo. Invece in ambito lavorativo trovo occupazione come programmatore informatico in una società di Milano che offre e gestisce servizi alberghieri”.
Un quarto di secolo nella pallacanestro “Pro” rappresentano una storia interessante ancorchè lunghissima. Quindi, adesso, possiamo andare a ruota libera con le tue “nomination” partendo dal tuo coach “All-Time” per il settore giovanile.
“La scelta diretta va su Alberto Martelossi che a Desio mi ha curato, svezzato e seguito nei primi passi. Però ho un ringraziamento anche per coach Giulio Besio in Pallacanestro Varese mi ha trasmesso buoni insegnamenti. Peccato avere avuto Giulio solo per una stagione”.
Chi scegli per il tuo livello senior?
“Sul gradino più alto del podio posiziono coach Meo Sacchetti cui riconosco il grandissimo merito di avermi smontato la testa, averla svuotata da inutili pressioni e paure grazie alla stupenda capacità di regalare tranquillità a tutti i giocatori. Del resto, lo sanno tutti, con Sacchetti si gioca liberi, sereni e con un solo obbligo: impegnarsi al massimo. Sotto a Meo, col compito di giocarsela, piazzo coach Andrea Trinchieri e coach Mattia Ferrari i quali, pur avendo filosofie differenti, ritengo siano due allenatori assolutamente eccellenti”.
Il compagno delle categorie giovanili?
“Pur non avendo mai giocato nella stessa squadra dico Andrea Michelori con cui ho condiviso tutto il percorso nelle Nazionali Giovanili. Con “Mike” abbiamo anche spiccate affinità caratteriali e, in virtù di queste, in quegli anni si è creato un feeling speciale. Invece come compagni in PallVarese vorrei citare Stefano Leva e Giovanni Pastori con i quali in foresteria facevamo combriccola”.
La tua squadra del cuore a livello senior?
“Ah, caspita, questa è una “domandona” e so già che nella risposta farò certamente scontento qualcuno. Ma non mi sottraggo al difficile compito e in ordine alfabetico dico: Bolzonella, Passera e Pozzecco come playmaker. Mau Giadini, Meneghin e Portaluppi come guardie. Komazec, Langford e Vescovi come ali piccole. Cazzaniga, Peric e Rudy Valenti come ali grandi. Biligha, Lollis, Prelazzi come centri”.
L’avversario più rognoso che hai dovuto affrontare?
“In serie A sicuramente Gregor Fucka, grande personalità, braccia lunghissime, imprevedibile nei movimenti, capace di giocare su entrambe le dimensioni e in buona sostanza davvero immarcabile e di altra categoria. Per quanto riguarda le minors cito Paolo Chiarello, mezzo lungo che giocava con una durezza fisica spaventosa e mi ha sempre messo in difficoltà”.
Il tuo compagno che, senza mezzi termini, ti sei ritrovato a dire: questo è davvero un fenomeno
“Tra gli italiani scelgo il “Menego” perché Andrea, se parliamo di tecnica, fisico, atletismo, comprensione del gioco e capacità di incidere sui due lati del campo, per almeno 5 anni ha messo in vetrina una qualità di pallacanestro nettamente superiore a tutti. Tra gli stranieri la scelta ricade di Arjian Komazec perché non ho mai visto in allenamento e in partita una “macchina da canestri” così precisa, continua, puntuale e soprattutto devastante. Komazec, con Gianni Chiapparo che alla fine di ogni allenamento gli passava la palla, faceva 150 tiri da 3 punti e sistematicamente ne infilava non meno di 147. Credimi: veramente pazzesco”.
Adesso vai con il classico “varie ed eventuali”, ovvero ricordi sparsi qua e là
“Il primo ricordo è legato all’ammirazione che ho avuto per Fabio Di Bella, un giocatore che, con coraggio e determinazione incrollabili, è stato capace di partire dalla serie D e anno dopo anno, un gradino alla volta, è arrivato fino alla Nazionale A. “DiBo” a qualità atletiche incredibili aggiungeva un atteggiamento di sfida che, di fatto, ha sempre rappresentato la sua forza. Più o meno come Bolzonella che dietro ad un fisico da ragioniere nascondeva due gambe esplosive come poche ne ho viste e un primo passo in grado di battere chiunque.
Di Bolzo, un carissimo amico, mi piacevano l’infinita bontà, la calma imperturbabile e invidiabile e, da perfetto ingegnere, la clamorosa precisione in tutti i comportamenti. Un ricordo particolare è quello che mi lega a Quadre Lollis, l’americano più forte con cui ho mai giocato. Di Lollis al di là delle eccellenti caratteristiche tecniche vorrei sottolineare anche le straordinarie qualità umane che ne facevano un “Capo” in campo e in spogliatoio, un compagnone cui piaceva far serata con il gruppo di giocatori italiani. Insomma: un vero cremonese nato per sbaglio a Gary, Indiana. Ripensando a Cremona devo citare le lotte furibonde e le botte da orbi che in allenamento ci scambiavamo con Massimo Farioli. Al termine di due ore letteralmente furibonde sembravamo due pugili suonati ma, alla fine, quegli allenamenti così duri e intensi sono stati utilissimi per affrontare al meglio sia il già citato Chiarello, sia gli avversari stranieri più quotati. Tra le stranezze, ma quelle veramente strane, mi viene in mente l’avversione anzi, diciamola tutta, la paura fottuta che Rich Petruska aveva per Aeroflot, la compagnia aerea russa. Così quando nelle varie coppe europee dovevamo viaggiare verso i paesi dell’Est il buon Petruska, terrorizzato, costringeva i dirigenti a cambiargli compagnia. Poi, chiaramente, restando in Pallacanestro Varese avrei una montagna di aneddoti da raccontare su Cecco Vescovi, Pozz, Menego, Mimmone Morena, Marcellino Damiao, Chicco Ravaglia e soci, ma ho l’impressione che un libro non basterebbe per ricordare tutti i miei meravigliosi compagni di quelle bellissime e per me, che ero un ragazzino, indimenticabili stagioni”.
C’è ancora pallacanestro nella tua vita?
“C’è ed è presentissima perché alcuni anni fa ho iniziato ad allenare le fasce basse – Under 13 e 14 – nel settore giovanile della Vanoli Cremona. Ai miei ragazzini cerco di trasmettere prima di tutto passione e amore per il gioco poi, in seconda battuta, il desiderio di migliorare partendo da quello che ritengo essere il “comandamento eterno”: l’insegnamento dei fondamentali. E, per ora, devo dire che le cose funzionano piuttosto bene con grande soddisfazione per entrambi”.
In chiusura la più classica e scontata delle domande: sei contento della tua carriera?
“Certamente sì, sono contento perché, a conti fatti e anche se ad un livello inferiore, mi sono tolto grandi soddisfazioni in una carriera lunga e sicuramente positiva. Però, analizzando il mio percorso con onestà critica e con gli occhi di un uomo maturo, è innegabile che affiorino alcuni elementi di rammarico. Tra questi mi sento di dire che se potessi tornare indietro tirerei volentieri un paio di forti calci in culo al Cazzaniga “giovane e un po’ pirla”. A quel ragazzotto, molto ingenuo e fin troppo timido, urlerei in faccia di non essere sempre così assertivo e portatore di una obbedienza che spesso ha avuto risvolti negativi. A quel Roberto là direi: “Oh bello, svegliati, tira fuori un po’ di carattere, le famose “palle” e, quando serve, ferma tutto e fai sentire la tua voce. Tutto ciò perché col passare degli anni, e grazie ad una badilata di esperienza in più, ho imparato che in qualche occasione non è poi così sbagliato pensare più a se stessi e difendere con forza le proprie idee e posizioni. Io invece sono sempre stato un perfetto “soldatino”, un “Signorsì signore” sempre ligio al dovere, ma purtroppo qualcuno ha approfittato della mia bontà d’animo. Ad ogni modo, accantonato questo piccolo rammarico, il mio viaggio nel mondo del basket è stato bello, intenso, quasi sempre sereno, pieno di momenti emozionanti e, soprattutto, impreziosito dalla presenza di tante persone di valore. E di cuore”.
Massimo Turconi































