Mi sono allenato con il Valle Olona ultimamente, ci ho provato, mi sono dato un’ultima chance ma quando i sacrifici iniziano a pesare è perché qualcosa dentro si è spento, amo troppo questo sport per non rispettarlo, ho alzato la mano e ho detto “Per me finisce qui, sono arrivato”.
Arrivato dove? Forse, per scoprirlo bisogna rivivere il viaggio, tappa dopo tappa, bivio dopo bivio, un milione di km percorsi, mille andature, vagoni pieni ed un unico capotreno: Ivan Mastromarino. Il centrocampista classe ’92 ha deciso di appendere le scarpette al chiodo, come si suol dire, di scendere alla prossima stazione e lasciare che la vita lo sorprenda ancora un po’, magari in altri ambiti. Ma intanto alle spalle ci sono quasi 30 anni trascorsi sui campi, dall’oratorio alla prima scuola calcio, dal ritiro con la Sampdoria, alla maglia della Pro Patria, dai 4 campionati vinti in giro per la provincia, agli amici di sempre e sempre lì, fuori dalla rete.Credo sia la cosa più bella, mi hanno sempre sostenuto, anche se loro con il calcio non c’entravano nulla, hanno assistito ad ogni mia vittoria, alle finali playoff perse, mi giravo ed erano lì, sì decisamente la cosa più bella ma anche la più romantica”.

Da dove è iniziato questo viaggio?
“Nel cortile di casa mia, con mio papà, avevo 5 anni su per giù e con quella palla è stato amore a prima vista, l’innamoramento definitivo di lì a poco, all’Inter arriva Ronaldo il Fenomeno e sempre mio papà mi ha portato alla Pinetina a vederlo, è stato il punto di non ritorno”.

Scintilla scoccata: prima tappa di questo viaggio?
San Massimiliano Kolbe, avevo 12 anni, giocavo all’oratorio perché i miei genitori non avevano tempo per portarmi alla scuola calcio ma proprio nell’oratorio dove andavo a divertirmi io si allenava questa squadra, il mister mi si avvicina e mi chiede di aggregarmi a loro, ne ho parlato con i miei e mi hanno dato il via libera ed è ufficialmente iniziato tutto”.

Tappa numero due, Roncalli.
Sì, dopo un anno sono finito alla Roncalli per i due anni successivi ed è stato un altro pezzo di strada fondamentale, i campionati regionali, la soddisfazione della convocazione in rappresentativa regionale lombarda, posso dire di aver giocato con gente che ha poi esordito in serie A, uno su tutti Nadir Minotti, il ragazzo più buono che abbia mai conosciuto, sembrava Vieira e ha fatto il suo esordio con l’Atalanta nel giorno dell’addio dalla Juventus di Alessandro Del Piero, poi anche Angiulli, Siega, tutta gente che ha giocato nei professionisti”.

Il viaggio prosegue e passa da un provino con la maglia blucerchiata.
Già, Genova. Quell’estate vado in ritiro con la Sampdoria fino a settembre, poi il direttore Asmini fece le sue scelte e mi mandò in prestito alla Pro Patria, erano gli anni in cui cullavo davvero il mio sogno, ho giocato fino alla Beretti e poi in Primavera, ho giocato contro gente come El Shaaraway ed ho segnato un gol a Perin, è arrivata anche una convocazione in prima squadra che ho passato in tribuna, ma a 19 anni non sono più cresciuto fisicamente e non avevo certo la maturità giusta per andare oltre, così approdo nel mondo dei “grandi” partendo dall’Eccellenza”.

Qui arriva il primo bivio: prendi la strada del calcio dilettanti e sostanzialmente non la lasci più.
Arriva l’Insubria ed arriva la prima batosta, a fine anno è retrocessione, lì capii molte cose, soprattutto che aveva ragione un mio vecchio allenatore che diceva “Puoi aver fatto il miglior settore giovanile professionistico del mondo, puoi essere stato capitano del Real Madrid, ma alla fine conta ciò che fai da grande”…e così l’anno dopo indosso ancora la stessa maglia dell’Insubria, salvo poi iniziare il mio girovagare: Besnatese, Antoniana, Fagnano, Accademia Bmv, Mozzate, Nuova Abbiate, Marnate Gorla, ecco, queste sono tutte le mie tappe”.

Hai bei ricordi di ognuna?
Sì, assolutamente. Ho sempre incontrato gente meravigliosa, a volte mi sono scontrato, a volte ho creato legami di amicizia che durano ancora adesso, ma onestamente non ho rimpianti. Se guardo la Besnatese e vedo dove si trova oggi sono molto orgoglioso di aver fatto parte della sua storia nonostante le due finali playoff per salire in Promozione perse, all’Antoniana ho incontrato ragazzi che sono diventati miei amici per la pelle, Fagnano…beh Fagnano è casa mia, quando Gianni Riccio mi ha chiamato e mi ha detto del progetto mi sembrava di sognare, ho convinto anche Beltemacchi, fagnanese come me, a venire e gli ho detto “Se dalla Seconda portiamo il Fagnano in Promozione ci fanno una statua al posto di quella di Garibaldi in piazza”, è successo per davvero, poi è arrivato il covid ed è cambiato tutto, c’è stata la parentesi Accademia Bmv ma non mi trovavo con il mister e ho scelto Mozzate, altra finale playoff persa con il Ferno, e così piomba Simone Morandi e il suo Galagticos Nuova Abbiate, dove abbiamo vinto la Seconda, qui mi è successa anche una delle cose più belle di questo viaggio”. Spiega. “Resto anche in Prima, con mister Caon, nel girone d’andata non gioco mai, a dicembre mi chiama di nuovo Gianni Riccio e mi chiede di aiutarlo a vincere il campionato di Seconda con il Marnate, vado dall’allenatore e glielo faccio presente, chiaramente mi dà il via libera, ma nell’ultimo allenamento, davanti a tutta la squadra, si complimenta con me per l’impegno, per come mi sono allenato in quei mesi in cui ero sempre presente e non ho mai visto il campo, mi ha lusingato, ho grande stima per lui che nel calcio qualcosina l’ha fatta davvero”.

Poi Marnate, vinci il tuo quarto campionato, lo scorso anno torni in Prima e ci sarebbe dovuta essere anche questa stagione.
Avevo già deciso che avrei smesso a giugno, ho anticipato i tempi, ad inizio anno c’è stato un diverbio ed è finito tutto anzitempo, poi mi ha chiamato il Valle Olona, ci ho provato ma, come detto, non sento più la voglia di prima”.

Se ti guardi indietro hai qualche rimpianto?
No, zero. Se le cose sono andate così è perché dovevano andare così. Io sono convinto che chi arriva in alto è perché lo meriti, di fortuna può andarti una stagione, ma poi devi confermarti e lì esce il valore della persona e del calciatore. Se non ho fatto di più è perché non lo meritavo, perché non ero pronto a certi sacrifici, a reggere certe pressioni, la gente forse fa fatica ad immaginarselo cosa vuol dire stare lontano da casa, rinunciare alle uscite del sabato, fare un certo tipo di vita, io ho voglia di riprendermi quella libertà, concedermi una domenica in montagna visto che amo sciare, fare un viaggetto in più, uscire con i miei amici”.

Però il calcio ti ha dato tanto…
Uff, tantissimo, mi ha fatto diventare l’uomo che sono e ne sono parecchio orgoglioso. Io so che se mi si tappa la vena è un casino, la gente dice “È una testa di cazzo”, e ha ragione, però sono onesto, sempre, e sono vero, sono un buono in fondo, e chi mi conosce per davvero non può dire il contrario”.

Quindi, sei sicuro sicuro. Finisce qui.
Sicurissimo”.
E non pensi magari tra un po’ di tempo di rientrare da un’altra porta, in altra veste.
Non so cosa succederà, ma adesso come adesso non credo proprio. Te l’ho detto, ho bisogno di riprendermi una fetta di libertà e leggerezza”.

Io dico sempre che l’addio diventa ufficiale quando c’è una partitella d’addio.
La farò, assolutamente sì, ci ho già pensato, la devo organizzare bene ma sul posto non ho dubbi, a casa mia, a Fagnano. Partita d’addio e dichiarazione d’amore: ho scritto una lettera, ho chiuso con il calcio ma non smetterò mai e poi mai di amarlo”.

Il treno destinazione “sogni di bambino” termina la sua corsa nella prossima stazione. Il bambino è diventato uomo. Cosa cambia? La prospettiva, certo, non la voglia di sognare. Tantomeno una testa matta che resterà matta, ma autentica, proprio come quell’amore corrisposto lungo un viaggio, lungo una vita.

Mariella Lamonica

Ciao amica mia,
è arrivato il momento dei saluti.

Ci siamo conosciuti in un cortile di Olgiate Olona, con il mio papà.
Avevo pochi anni, ma da subito è stato amore a prima vista.
Da quel giorno non ci siamo più lasciati.
Per oltre trent’anni sei stata una compagna fedele, presente in ogni tappa della mia vita.

Abbiamo condiviso tutto:
le partite infinite all’oratorio, in spiaggia, al parco con le felpe come porte,
o nel parcheggio del supermercato dove lavorava mia mamma,
mentre aspettavo che finisse il turno.
Ore e ore passate insieme, senza stancarci mai.

Poi è arrivata la scuola calcio, con le sue regole, la disciplina e quei valori che oggi porto ancora dentro di me: rispetto, impegno, sacrificio.
E da lì il sogno ha iniziato a prendere forma.

Un giorno ho lasciato casa, la mia famiglia, gli amici,
e sono andato lontano, fino a Genova,
per inseguire quel pallone che fin da bambino mi aveva fatto battere il cuore.
Lì ho imparato cosa vuol dire vivere per un obiettivo,
cosa significa davvero sacrificarsi,
e cosa vuol dire sognare di diventare un calciatore.

Poi ho avuto l’onore di indossare la maglia biancoblù della Pro Patria,
un orgoglio che porterò sempre con me.
Esperienze, emozioni e insegnamenti che mi hanno fatto crescere,
mi hanno formato come persona, prima ancora che come giocatore.

Negli anni, il calcio è cambiato — e anch’io con lui.
Sono passato dai sogni dei settori giovanili al calcio dilettantistico,
fatto di passione vera, di allenamenti dopo il lavoro,
di campi che profumano di erba e di fango,
di spogliatoi pieni di risate, di fatica, di amicizie sincere.
Un calcio più semplice, ma infinitamente autentico.

Oggi, dopo una vita insieme, scelgo di fermarmi.
Perché i sacrifici si fanno sempre per ciò che riteniamo davvero importante,
e ora è arrivato il momento di dedicare tempo ed energie a nuove sfide,
a nuovi progetti, a nuove priorità della mia vita.
Non è una resa, ma una scelta consapevole, fatta con il cuore pieno di gratitudine.

Grazie a tutti i compagni di squadra,
con cui ho condiviso vittorie, sconfitte, sudore e abbracci sinceri.
Grazie agli allenatori,
che mi hanno fatto crescere e che, in modi diversi, mi hanno lasciato un segno.
Grazie ai presidenti e dirigenti,
che mi hanno dato fiducia e hanno creduto in me.
E grazie a tutti coloro che ho incontrato in questo lungo viaggio:
ognuno di voi ha scritto un piccolo pezzo della mia storia.

Il calcio mi ha insegnato a non mollare mai,
a rispettare chi mi stava accanto,
a capire il valore della squadra e del sacrificio.
Mi ha fatto crescere, sognare e vivere emozioni che non dimenticherò mai.

Oggi chiudo questo capitolo con il cuore pieno,
sapendo che ogni passo, ogni partita e ogni caduta mi hanno reso ciò che sono.

Grazie di tutto, amica mia.
Resterai per sempre una parte di me.
Perché una volta che hai amato il calcio,
non smetti mai davvero di giocare.

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