
Tre temi, una sola partita. la sconfitta per 84-78 della Pallacanestro Varese sul campo della Dolomiti Energia Trento certifica ancora una volta quel mancato salto in avanti che sta ormai delineando in maniera indelebile i contorni della stagione della Openjobmetis.
Come da oltre 4 anni a questa parte ormai i biancorossi escono con le ossa rotte dalla sfida contro l’Aquila, che si parli di casa o trasferta, in quella che appare ormai a tutti gli effetti una “maledizione” di difficile risoluzione, anche perché poi tanto di questo ce lo mette la stessa Pallacanestro Varese che nella serata di ieri, domenica 8 febbraio, ricade in errori tecnici e tattici ormai noti che ancora una volta ne segnano il destino.
Errori tecnici di una squadra che continua a tirare tantissimo da tre punti con risultati pessimi: 9/33 e 27% complessivo che vale come sentenza su una squadra che muove male la palla in attacco e che la gestisce ancora peggio in fase d’impostazione d’azione, leggasi in tale senso 17 alla voce palle perse, che saranno pure le stesse di Trento, ma che hanno avuto un peso ben diverso.
E poi ci sono le questioni strutturali, di una squadra che si ritrova senza un vero playmaker ma con tre combo-guard che sanno essere pericolose armi nell’attacco al ferro ma che talvolta si pestano un pò i piedi (della difficile convivenza tra Iroegbu e Stewart abbiamo parlato in tempi non sospetti e il campo sta confermando quanto scritto) ma soprattutto che non cambia mai lo spartito di gioco di un gruppo spesso troppo prevedibile nella sua rappresentazione.
E poi ci sono le scelte tattiche di una Varese ancorata a dettami che finiscono, com’è successo a Trento, per condannare la squadra, come la scelta di cambiare sistematicamente anche quando in campo ci sono giocatori poco avvezzi a tale esercizio, finendo per farsi del male da soli, oppure la scelta anche qui ripetuta di tirare fuori dal campo nei momenti clutch l’unico giocatore di vera indole difensiva di questa squadra, ossia Renfro, salvo prendersi 14 punti in meno di 3′ di gioco nell’ultimo quarto.
Sono i dettagli, che fanno la differenza e che segnano anche i livelli delle squadre e gli esiti delle stagioni: annate nelle quali poi si creano storie come la “rivoluzione proletaria” vissuta da Ladurner nella sua Trento, dopo mesi passati più seduto in panchina che in campo, che si prende la rivincita nella sua terra, con il pubblico di Varese che ne inneggia le gesta e lui che lo ripaga con una buona prova fatta di solidità e sostanza che fa chiedere come mai fino ad oggi sia stato praticamente sempre panchinato.
Sia chiaro che non stiamo parlando di Shaquille O’Neal o di Kareem Abdul-Jabbar, così come non stiamo dicendo che il maggior impiego di Ladurner avrebbe cambiato in maniera drastica fino ad oggi il corso della stagione della Pallacanestro Varese, ma ci sono storie che nascono nelle stagioni che vale la pena raccontare, anche essere durino solo un attimo, una partita, un momento, in un’altra annata che rischia di essere già finita a livello di obiettivi, con una salvezza solo da certificare salvo harakiri, agevolata dall’esclusione di Trapani e un sogno playoff che invece pare ormai sempre più destinato a rimanere tale.
Alessandro Burin























