Con la messa in vigore della famigerata Riforma dello Sport, dalla fine del 2024 le società sportive sono obbligate ad adottare un MOCAS (Modelli Organizzazione e Controllo dell’Attività Sportiva) secondo le Linee Guida sul Safeguarding: questo termine si riferisce a misure, pratiche, politiche e procedure volte a proteggere bambini, giovani e persone vulnerabili da abusi, maltrattamenti e sfruttamenti. La tutela dei minori nello sport dilettantistico è giustamente stata più volte al centro del dibattito e, fra tutte le novità della Riforma, la formazione di un Responsabile Safeguarding ha bene o male ovunque incontrato il favore degli addetti ai lavori. Il passo successivo, inevitabile, è quello di chiedersi: le procedure del Safeguarding funzionano?

Le esperienze (drammaticamente negative) vissute a tal proposito, hanno spinto due società dilettantistiche varesotte a esporsi in prima persona per criticare la (non) applicazione pratica di questo strumento, portando alla luce vicende diverse che intrecciano aspetti disciplinari, normativi e organizzativi. Da una parte la Ternatese, dall’altra la Valcuviana: entrambe, dopo aver denunciato situazioni ritenute meritevoli di attenzione, si sono trovate ad affrontare un lungo ed estenuante percorso disciplinare che ha portato a sanzioni nei loro confronti, sollevando inevitabili interrogativi su procedure, responsabilità e tutele effettive, ma soprattutto rabbia, frustrazione e sdegno.

La presa di posizione della Ternatese è affidata a una lettera aperta inviata alla nostra Redazione (che riportiamo integralmente sia in fondo all’articolo sia in allegato), nella quale la società ripercorre l’iter affrontato e le conseguenze disciplinari ricevute, sottolineando quello che viene percepito come un paradosso: a fronte di una denuncia ritenuta fondata dagli organi competenti, sono arrivate sanzioni a carico del club e del presidente. Una linea condivisa anche dalla Valcuviana, che ha deciso di rendere pubblica la propria esperienza dopo un percorso analogo.

Nel caso della Ternatese, come spiegato dal vicepresidente Donato Lacerenza (firmatario della missiva), oltre al danno la beffa: “Ligi al dovere, nel momento in cui si è verificata una spiacevole situazione, abbiamo subito denunciato l’accaduto al Safeguarding: la persona responsabile si è presa solo un anno di inibizione, ma ci siamo visti recapitare anche una multa di 1500€ (poiché l’allenatore in questione non era un tecnico abilitato con certificazione, ndr) con sei mesi di inibizione al nostro presidente. Giuseppe Bognolo prima d’ora non aveva mai subito una sanzione: per lui e per una società dalla reputazione impeccabile come la nostra è stato un danno d’immagine enorme. Increduli, ci siamo subito mossi in primo e in secondo grado con tanto di PEC inviata alla Corte d’Appello di Milano; PEC che non è mai stata aperta, almeno fino al nostro sollecito, per sentirci dire che avremmo dovuto inviarla a Roma. Di conseguenza, malgrado avessimo fornito tutta la documentazione e le nostre motivazioni fossero sacrosante, il ricorso è stato rigettato per questioni formali legate alle tempistiche. Oltre al danno la beffa, come si suol dire: cornuti e mazziati”.

Nel dettaglio, a seguito del primo ricorso, la Ternatese ha avuto un lieve sconto (1200€ di multa e quattro mesi di inibizione al presidente), mentre la sanzione all’imputato è stata raddoppiata. Un “contentino” che per la società rossoblù vale davvero poco. “Resto convinto che denunciare fosse la cosa giustaprosegue Lacerenza, ma non mi aspettavo un boomerang del genere, soprattutto considerando che dal Safeguarding non abbiamo mai avuto risposta. Il problema è anche strutturale perché non sono così sicuro che la Federazione conosca le sue realtà, visto che si chiedono ad associazioni dilettantistiche competenze e organizzazioni di stampo professionistiche. Noi, per quella che è stata definita una responsabilità oggettiva, ci troviamo a scontare questa sanzione pesantissima, quando per risse in campo ho visto dare un mese e mezzo di inibizione durante la pausa invernale”.

Caso diverso, ma simile, quello della Valcuviana che il presidente Gianluca Testa sintetizza così: “Una bravata negli spogliatoi ha avuto ripercussioni fortunatamente non gravi, ma spiacevoli. Nel momento in cui sono venuto a conoscenza dell’accaduto, su segnalazione dei genitori, ho subito convocato una riunione con gli stessi genitori dell’annata coinvolta (riunione ripetuta in un secondo momento coinvolgendo tutto il Settore Giovanile, ndr) e abbiamo deciso di muoverci su due binari: loro si sono rivolti alla polizia postale, noi al Safeguarding. Zero risposte da quest’ultimo, ma è prontamente arrivata una pesante sanzione di 1500€ alla società è tre mesi di inibizione per me per mancanza di controllo. Colto alla sprovvista mi sono subito mosso, pagando l’avvocato, per fare ricorso”. In prima istanza la pena è stata ridotta (500€ di multa e un mese di inibizione), ma il Tribunale Federale di Roma ha impugnato la sentenza di Milano per ripristinare la sanzione originaria. Decisione che ha subito insinuato un dubbio nella mente del numero uno biancoviola: “Se hanno bisogno di liquidità possono dircelo chiaramente, senza condircela troppo: non si può pensare di gravare su realtà dilettantistiche che cercano di rispettare le regole”.

Il pensiero univoco di Lacerenza e Testa sfocia poi a livello burocratico: “La Delegazione di Varese ci ha dato ragione nei fatti restando amareggiata per l’accaduto e per il trattamento a noi riservato, ma non ha potuto entrare nel merito. Il CRL, invece, si è chiuso nel silenzio assoluto facendo passare un senso di menefreghismo lasciando due società lombarde al proprio destino. Non ci aspettavamo in encomio, ma almeno un minimo di supporto a due società che hanno provato a far rispettare le regole a livello morale, civile e sportivo. E invece ci troviamo solo a chiederci che fine abbiano fatto gli investimenti e le promesse fatte in merito al Safeguarding, strumento che si è rivelato totalmente inutile che non seve a tutelare i minori, bensì a incidere sui bilanci delle società. È fin troppo comodo fare riforme e ricevere i complimenti per le belle iniziative, ma non appena qualcuno prova a far rispettare le regole viene punito. Così facendo si promuove e s’incentiva l’omertà: perché devo denunciare qualcosa se poi a pagare, per mille altri cavilli, sono io? L’unica riforma che andrebbe fatta davvero riguarda la giustizia sportiva, che è oggi piena di falle sotto tutti i punti di vista: è vergognoso questo non senso di professionalità e responsabilità”.

Lacerenza aggiunge poi una postilla: “Voglio sottolineare che è da almeno quattro anni che proviamo a mandare i nostri tecnici ai corsi abilitativi ma, quelle poche volte che vengono istituiti a Varese, sono a ristrettissimo numero chiuso. E ovviamente ci va chi fa parte di società Elite. Come facciamo, di conseguenza, ad avere allenatori abilitati se non ci permettono di abilitarli? E, allo stesso tempo, come facciamo a permetterci di pagare 700€ per allenatori già certificati? La Ternatese è la classica realtà dilettantistica che si autosostiene, interamente composta da volontari che ogni giorno fanno sacrifici per un unico scopo: insegnare la pratica del Calcio ai bambini. Forse sarebbe davvero meglio battere la via dell’omertà, ma da uomo di legge è un pensiero per me inconcepibile: io andrò avanti a testa alta, perché ho le spalle grosse abbastanza per reggerne il peso, ma non posso creare un danno alla Ternatese”.

Pensieri che si ritrovano per l’appunto nella lettera diffusa dalla Ternatese e che trova il pieno appoggio da parte della Valcuviana. Le due società, al netto delle diverse esperienze, convergono su un punto: la necessità di fare chiarezza su procedure, responsabilità e strumenti a disposizione delle associazioni dilettantistiche. Una presa di posizione netta che apre una riflessione più ampia sul rapporto tra norme, tutela e sostenibilità nel mondo dello sport di base, lasciando interrogativi destinati a far discutere.

Lettera aperta ai giornalisti

Ci rivolgiamo a voi per raccontare una vicenda che riteniamo grave, non solo per la nostra Associazione, ma per tutto il mondo dello sport dilettantistico e, soprattutto, per ciò che riguarda la reale tutela dei minori.

Siamo una realtà che da oltre 50 anni opera sul territorio, insegnando calcio, ma prima ancora rispetto delle regole, educazione e valori. Una realtà fatta di volontari, di persone che dedicano tempo, energie e passione ai bambini, con particolare attenzione a quelli meno fortunati. Una realtà profondamente radicata nel sociale.

Abbiamo sempre creduto nello sport come strumento educativo. Abbiamo sempre creduto nelle istituzioni sportive. Abbiamo sempre creduto nelle regole.

Ed è proprio per questo che, quando si è presentata una situazione grave riguardante la tutela dei minori, abbiamo fatto ciò che riteniamo giusto: abbiamo denunciato!

Abbiamo utilizzato gli strumenti messi a disposizione dal sistema, incluso il portale dedicato al cosiddetto “Safeguarding”. Abbiamo affrontato un lungo e complesso iter: audizioni, interrogatori, convocazioni, produzione di centinaia di documenti. Un percorso impegnativo, ma affrontato con senso di responsabilità, convinti di fare la cosa giusta.

Alla fine di questo percorso, i giudici della Corte d’Appello di Milano hanno riconosciuto la fondatezza della denuncia: la persona coinvolta è stata squalificata e giudicata colpevole.

Ma è qui che accade l’incomprensibile….

Contestualmente, al Presidente della nostra Associazione viene inflitta una squalifica per responsabilità oggettiva, con la motivazione che la persona denunciata non possedeva un attestato tecnico federale. All’Associazione viene inoltre comminata una sanzione economica di 1200 euro. Un danno enorme per una Associazione che vive in una realtà comunale di 2700 abitanti, composta da volontari e che come tutte le piccole vere ASD fanno una gran fatica a sopravvivere!

Una decisione che nulla ha a che vedere con la denuncia sulla tutela dei minori. Una decisione che ci ha lasciati scioccati, increduli, profondamente amareggiati.

Abbiamo deciso di fare ricorso. In un primo momento ci è stato respinto, con l’indicazione che tale azione dovesse essere presentata da un legale. Abbiamo quindi sostenuto ulteriori costi, continuando a credere nella giustizia sportiva e nella possibilità che si trattasse di un errore.

Ma anche il secondo grado di giudizio ha confermato integralmente la decisione.

A questo punto, la domanda è inevitabile: quale messaggio passa?

Che chi denuncia viene punito.
Che chi si espone per tutelare i minori paga un prezzo.
Che chi crede nelle regole viene schiacciato da un sistema burocratico distante anni luce dalla realtà delle Associazioni.

E soprattutto: che il tanto decantato “safeguarding” — per il quale le associazioni hanno investito tempo, risorse economiche, formazione e organizzazione — nella pratica non esiste. Non è stato citato. Non è stato considerato. Non ha avuto alcun ruolo.

Una figura con la riforma dello sport teoricamente centrale nella tutela dei minori si è rivelata, nei fatti, completamente assente. Un concetto vuoto, utile forse sulla carta, ma inesistente quando si tratta di proteggere davvero!!

Dopo tutto questo, siamo arrivati a una conclusione amara ma inevitabile: non conviene denunciare!!!!

Perché anche quando hai ragione, anche quando i fatti vengono accertati, anche quando la verità viene riconosciuta, in qualche modo il prezzo più alto lo paga chi ha avuto il coraggio di parlare.

Questa non è solo la nostra storia.
È un segnale per tutte le Associazioni che operano con serietà, per tutti i volontari, per tutte le persone che credono nello sport come strumento educativo.

Se questo è il sistema, è un sistema che scoraggia la responsabilità.
È un sistema che premia il silenzio.
È un sistema che, di fatto, mette a rischio proprio quei minori che dichiara di voler tutelare. È un sistema che ti porta all’omertà!!!

Noi non possiamo accettarlo!!!

E lo diciamo con chiarezza a voce alta: così si tradiscono i valori dello sport.
Così si distrugge la fiducia.
Così si allontanano le persone perbene.


Se davvero si vuole parlare di tutela dei minori, serve coerenza. Servono fatti. Serve giustizia, una vera giustizia, che trasmetta credibilità e possa essere garante di tutti i valori che ogni atleta, sportivo, uomo e donna riconosce, rispetta e difende, dentro e fuori dal campo, ogni giorno della propria vita..

Perché oggi resta una domanda, tanto semplice quanto inquietante:

Chi avrà ancora il coraggio di denunciare????

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