Non è mai facile scrivere un’intervista quando si parla di “uno di famiglia”: il rischio è quello di non essere imparziali, di guardare solo il lato positivo delle cose. È così anche per Stefano Sorrentino, una stagione al Varese in Serie C nel 2001-2002, che per chi scrive è il classico “figlioccio”.
«Ma quanto ti piace raccontare che sei stato il mio padrino di cresima quando ero a Varese? – attacca Sorrentino all’inizio della nostra intervista –. Scherzi a parte, Varese ha rappresentato per me una tappa fondamentale della mia crescita. Mi ha aiutato a formarmi, e in fretta, perché non dovevo far rimpiangere un grande portiere come Brancaccio, che aveva lasciato un ricordo importante e fatto cose egregie in maglia biancorossa. È stata la mia prima stagione da titolare nel calcio dei grandi e, amici a parte che rivedo sempre volentieri, ha sicuramente un posto di privilegio nel mio cuore».

A proposito di piazze e squadre, il tuo curriculum parla di Varese, Torino, AEK Atene (Grecia), Recreativo Huelva (Spagna), Chievo, Palermo e poi ancora Chievo, per chiudere la carriera con quasi 600 presenze in tre nazioni diverse. Qual è la tappa che ti è rimasta più nel cuore?
«Ogni squadra e ogni piazza mi hanno dato tantissimo. Di Varese abbiamo già parlato. Torino è la mia città ed era un sogno indossare la maglia granata: lì ho esordito sia in Serie B che in Serie A. Un sogno realizzato e poi purtroppo infranto dal fallimento della società nel 2005.
Ad Atene ho avuto la possibilità di giocare la Champions League – anche contro il Milan – mentre la Spagna è stata un’esperienza importante soprattutto a livello di crescita umana. Per raccontarti gli otto anni a Verona con il Chievo e le tre stagioni a Palermo non basterebbe tutto il sito: ti lascio immaginare quanto mi siano rimasti dentro. Ti confesso che ogni domenica vado a vedere tutti i risultati delle mie ex squadre, lo sai benissimo, anche quelli del Varese che spero possa tornare al più presto nel mondo professionistico. So che c’è un progetto serio e ambizioso e sono certo che verrà premiato».

Ho capito: ormai, come fai in TV, sei molto diplomatico e non vuoi scontentare nessuno. Prendila una posizione…
«Solo perché sei il mio padrino e sai bene come vivo le cose ti rispondo. Non ho una classifica, ma se devo dirti che Palermo mi ha lasciato qualcosa di speciale, te lo dico. Sono arrivato in Sicilia e la gente mi amava ancora prima di vedermi fare una parata. Ho avuto l’onore e la fortuna di essere il capitano dei rosanero e ancora oggi vengo ricordato come “il loro” capitano. Di recente sono stato al Barbera per i festeggiamenti dei 125 anni e ho portato con me mia figlia Viola, che è nata lì ed è tifosissima del Palermo. Un’emozione enorme, così come la soddisfazione di essere stato inserito nella Hall of Fame dopo un sondaggio tra i tifosi».
Chiudiamo con il calcio giocato e un ricordo che rappresenta molto per i tifosi, ma meno per te: il rigore parato a Cristiano Ronaldo, il primo sbagliato in Italia dal campione portoghese.
«Sai sempre dove pungermi e metti il carico da novanta. Prima di tutto, per noi portieri il rigore non lo sbaglia chi lo tira: o calcia fuori oppure siamo noi a pararlo (ride, ndr). Per quanto riguarda Ronaldo, è vero, non è un ricordo felicissimo: quella partita l’abbiamo persa 3-0 e la mia parata non è servita a nulla. È stata una grande soddisfazione personale, certo, ma ricordo con più piacere altri rigori parati che hanno portato la squadra alla vittoria».

Appesi i guanti al chiodo hai intrapreso strade diverse: dirigente sportivo e televisione.
«Ho fatto e superato il corso da direttore sportivo e ti confesso che mi piacerebbe ricoprire quel ruolo. Il calcio è il mio mondo da sempre e vorrei restarci anche in questa veste. Ho da poco chiuso l’esperienza con il Bra per divergenze di idee: cose che nel calcio capitano.
Per quanto riguarda la TV, voglio tornare al tuo “diplomatico” di prima, che non mi piace molto (ride, ndr). Cerco semplicemente di essere equilibrato, che a mio avviso è sempre l’arma vincente. Provo a essere corretto con i protagonisti e con chi ci guarda, mettendo a disposizione la mia esperienza per spiegare situazioni di campo che dal divano sembrano semplici, ma che vissute in campo sono molto diverse».
Una crescita professionale importante: da Mediaset alla Rai, protagonista della trasmissione simbolo del calcio italiano, La Nuova Domenica Sportiva.
«Sarò per sempre riconoscente a Mediaset che mi ha dato la possibilità di iniziare questo percorso, crescere e togliermi tante soddisfazioni. Quando il mio ciclo stava per finire, grazie a un amico comune ho avuto l’opportunità di fare un colloquio con la Rai. È andata bene e oggi sono davvero felice di quello che stiamo costruendo. Siamo un gruppo molto affiatato e stiamo riavvicinando a questa storica trasmissione anche un pubblico più giovane».

Come ti vedi tra qualche anno?
«“Qualche” è molto generico, dovresti essere più preciso. Diciamo che mi vedo ancora a La Domenica Sportiva: mi piace fare TV e, come ti dicevo, il calcio è il mio mondo. In questo modo mi sento ancora protagonista».
La tua popolarità è aumentata? Quando ti fermano per strada ora sei “quello della TV”?
«Non saprei dirlo. Mi piace parlare con la gente: se una persona mi ferma è sempre un piacere, che sia perché mi ha visto in TV o perché si ricorda di me come portiere. In fondo una cosa è la conseguenza dell’altra. L’importante è che la gente continui a fermarmi».

Michele Marocco

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