
Non ci sono carte da decifrare nella vita cestistica di coach Giulio Besio. Non ci sono mappe da studiare, gps da attivare, posizioni geografiche da trovare, magari faticosamente. Niente di tutto questo perchè la vita cestistica bella, emozionante, professionalmente e umanamente gratificante e molto, molto apprezzata di un allenatore importante e bravissimo come Giulio si è sviluppata, tutta, seguendo i 1198 chilometri quadrati della provincia di Varese.
Mai uscito dai nostri confini, il Giulio. Un po’ perchè non hai bisogno di lasciare casa quando sai benissimo che “casa”, ovvero la Varese che si declina in pallacanestro, quella con la “P” maiuscola, è quanto di meglio tu possa trovare. Un po’ perchè, in qualche occasione, le vicende quotidiane della vita – lavoro, famiglia, figli e altre cose ancora -, hanno allontanato, fatto scivolare via o addirittura nascosto la nuova “mappa” ovvero il possibile punto d’incontro tra Giulio e luoghi cestisticamente diversi dalla nostra “Land of BasketBall”.
Così quello che resta nelle mani di coach Besio, un classico “Gym Rat” se ancora ne esiste uno, a parte qualche dolce rammarico è davvero tantissimo. Quello che resta, a parte l’esercizio del tutto comprensibile del “What if?”, è di altissimo livello. Quello che resta, constatate e accertate qualità note: serietà, competenza, passione e amore che Besio ha offerto al basket mi spinge con forza a pensare: “Quest’uomo, questo allenatore, avrebbe meritato di più”.
Ma, si sa, gli “hombre vertical”, quelli fedeli alla linea, quelli che non si piegano e non si prestano a scorciatoie e logiche facili hanno sempre avuto vita dura e strade tortuose da percorrere. E coach Giulio Besio, classe 1959, è senza dubbio un “hombre vertical”. Un uomo, un tecnico, che lungo i suoi percorsi cestistici, tutti racchiusi nel migliaio di chilometri varesini, è davvero l’unico in grado di raccontare la storia della pallacanestro a Varese e provincia degli ultimi 60 anni.
Sì, non è un errore di stampa, avete letto bene: 60, meravigliosi, anni da narrare l’uno all’altro. Tutto d’un fiato. Senza fermarsi.
“Sessant’anni, un numero enorme intorno al quale non mi sono mai davvero soffermato – commenta Besio in tono leggermente sorpreso -. 60 anni, 20 da giocatore e 40 come allenatore tutti spesi tra Varese e dintorni: roba che se la pallacanestro fosse un’azienda mi avrebbero già regalato un bel po’ di medaglie premiando la mia fedeltà alla causa e un orologio per provare a cristallizzare il senso delle ore passate in palestra”.
60 anni vissuti nella pallacanestro ci trasportano, cestisticamente parlando, in un’altra era geologica: racconta…
“L’era dei campi all’aperto dove si giocava anche d’inverno, spesso spalando la neve ai lati del campo. L’era dei palloni Voit, delle scarpe improbabili, delle maglie di lana grezza da infilare sotto la canottiera di gioco, del tè caldo bevuto in spogliatoio alla fine del primo tempo, dei segnapunti manuali, dei tabelloni di legno che rimbombavano dopo ogni tiro e di tante altre cose che appartengono alla preistoria del nostro sport. Avvolto da questa atmosfera inizio a giocare a pallacanestro all’Oratorio San Vittore. A 13 anni inizio ufficialmente a giocare nelle Robur et Fides e il primo allenatore che mi fa capire qualcosa di questa “magia” che si chiama pallacanestro è Adalberto Tessarolo. Poi la spinta energica in più me la dà il favoloso Franco Passera, un vero faro, un incredibile punto di riferimento per intere generazioni di cestisti non solo roburini. Allenato da Franco faccio il salto di qualità che a livello giovanile mi permette di giocare tanto e anche abbastanza bene al punto da essere preso in considerazione dalla prima squadra. Faccio il mio esordio in serie B nell’allora Gamma al fianco di giocatori-simbolo della Robur come Beppe Rodà, Balanzoni, Mentasti, Conconi, Beppe Crippa. In questo senso ricordo in maniera nitida i post-allenamento o i post-partita a casa di Franco Balanzoni come dei momenti clamorosi durante i quali i senior, a noi giovani, regalavano a piene mani impareggiabili lezioni di pallacanestro e di vita. Intanto in quel periodo, oltre agli impegni universitari all’ISEF, inizio anche il mio percorso come allenatore partendo, ovviamente dal minibasket in Robur et Fides. Dopo tre stagioni belle ma soprattutto formative lascio l’ambiente Robur e mi trasferisco a Gallarate che allora giocava in serie C spinto da due motivazioni: giocare di più in una categoria inferiore e mettermi alla prova in una situazione tecnica diversa e comunque in un’atmosfera meno familiare di “casa Robur” anche se, in realtà, a Gallarate ritrovo tanti ex-compagni varesini: Piccinotti, Segato, Martinoni, Crocetti. In Italiana Macchi mi fermo due anni e poi passo a Borgomanero per altre due stagioni. Con il team piemontese vinco il campionato di serie D. Intanto, parallelamente all’avventura come giocatore, mi tolgo le prime soddisfazioni come allenatore portando i ragazzi della classe 1968 della Robur et Fides a due finali nazionali: a Viterbo nella categoria Propaganda e a Benevento nella categoria Allievi”.
Prosegue: “Lasciata la Robur et Fides alleno un gruppo giovanile all’Omega Bilance Busto Arsizio e alla fine di quell’annata parto per il servizio militare: destinazione compagnia atleti a Vigna di Valle fortemente richiesto alle Forze Armate da coach Sergio Scariolo che mi voleva come suo assistente in serie B. Di ritorno dal servizio di leva gioco a Omegna, mentre come allenatore passo in Pallacanestro Varese targata DiVarese. Nel 1986-1987 appendo le scarpe al chiodo e scelgo definitivamente la carriera da coach come responsabile del settore giovanile della DiVarese in perfetta sintonia con un grande allenatore nonchè grande signore come coach Riccardo Sales, allora allenatore della serie A. In compagnia di coach Sales condivido momenti, anzi meravigliose giornate intere allenando, vedendo, parlando, discutendo di pallacanestro. Per me, giovane allenatore in formazione, era un privilegio assoluto e impagabile il poter “respirare” pallacanestro al fianco di un allenatore come Sales che, indiscutibilmente, è stato un Maestro del basket italiano”.
Quello è il periodo della incredibile e inarrestabile ascesa del settore giovanile di Pallacanestro Varese. Un periodo florido nel quale avete prodotto decine e decine di giocatori per tutte le categorie, dalla serie A alla Prima Divisione
“Anni fantastici e, ahinoi, irripetibili. Anni che ricordo con enorme piacere perchè, sotto la guida di un dirigente favoloso come Marino Zanatta che si faceva in quattro per accontentare le nostre richieste la Pallacanestro Varese era diventata la società numero 1 in Italia facendo, attenzione alla particolarità, pochissimo reclutamento, comunque limitato alla nostra provincia o ai territori strettamente confinanti. Facevamo quello che oggi si potrebbe definire un reclutamento a chilometro zero o al massimo chilometri dieci. Il tutto ottenendo risultati figli di tanta passione, infinito “credo” nel progetto proposto, organizzazione capillare e di altissimo livello, attenzione assoluta anche al minimo dettaglio. Tutti questi elementi positivi ci permettono, in un decennio, di lanciare tantissimi giocatori ai vari livelli in un circolo virtuoso che, dovessi riassumerlo in un classico alfa-omega, al top inizia con Stefano Rusconi e si chiude con Andrea Meneghin. Non male, no?”
Quando, il decennio, inizia a far sentire i primi scricchiolii?
“La stagione delle prime crepe è, se non sbaglio, il 1993-1994. E’ in quel periodo che in maniera un po’ sorprendente la famiglia Bulgheroni, forse spinta dai chiaroscuri e dai dubbi innescati a stretto giro dall’entrata in vigore della Legge ’91 e della famigerata “Sentenza Bosman”, opta per un graduale disimpegno nell’attività giovanile. Per tutti noi è un colpo in testa doloroso, una vera mazzata perchè in quel lungo periodo avevamo allestito e organizzato una fitta rete di collaborazioni, sottolineo positive, con la maggior parte delle società della provincia di Varese e anche delle provincie limitrofe, vedi Novara o città situate a ovest di Milano. Ovviamente anche per me, anzi, soprattutto per me di tratta di un colpo da k.o. dal quale mi riprendo con tante difficoltà perchè in PallVarese per abbracciare la carriera da allenatore professionista metto da parte l’idea di fare l’insegnante di educazione fisica, ma da un giorno all’altro mi ritrovo senza lavoro e, alla soglia dei 40 anni, con un futuro tutto da scrivere. O meglio: ri-scrivere”.
E dopo cosa ti succede?
“Inizialmente ricevo delle offerte interessanti da società del Centro-Sud, ma in tutta sincerità, forse un po’ scottato da quella esperienza bella ma finita non troppo bene, non me la sento di fare la valigia e iniziare un’altra carriera da professionista. Poi, sposato da poco e avendo in mente di costruire una famiglia non mi sembra opportuno rimettere in discussione un progetto di vita nel quale credevo con tutte le mie forze. Anche se, in tutta sincerità, un vivo rammarico per la scelta fatta allora rimane”.
Vivo rammarico: come mai?
“Perchè dopo una dozzina d’anni il mio matrimonio va a rotoli e, come naturale, ripensando al passato mi son domandato più volte che piega avrebbe preso la mia vita se avessi fatto scelte differenti e se, sul treno del professionismo, ci fossi salito davvero”.
Quindi, il famoso “treno” è passato anche per te?
“Direi proprio di sì perche oltre alla grande e fraterna amicizia con Sergio Scariolo in quegli anni avevo conosciuto, collaborato e stretto legami di amicizia anche con Ettore Messina, Stefano Sacripanti, Attilio Caja, Piero Bucchi e altri allenatori importanti, in seguito tutti protagonisti in serie A e, aggiungo, mi sarebbe bastato schioccare un dito per salire sul quel treno insieme a uno di loro. In ogni caso non è andata così e l’esercizio del lamento o, peggio, del rimpianto non mi appartiene anche perchè le mie soddisfazioni a livello di giocatori prodotti, risultati conseguiti e importantissime gratificazioni personali le ho avute. Certo che, a consuntivo, resta”.
Quindi, in definitiva, come la “sfanghi” la seconda parte delle tua vita?
“Nel 1995, armato di buone intenzioni, torno a scuola con una duplice veste: insegnante supplente e di nuovo studente all’università frequentando i corsi di specializzazione come insegnante di sostegno per ragazzi disabili. Nella pallacanestro invece riprendo ad allenare a pieno ritmo. Prima nelle categorie giovanili al Bosto Varese, poi per tre stagioni alla Pallacanestro Malnate in giovanili e serie D e un anno alla Robur Saronno. Poi, torno in Robur et Fides allenando le giovanili, ma contemporaneamente, per quattro anni molto intensi e soddisfacenti, alleno anche la prima squadra al Basket Casorate Sempione vincendo il campionato di serie D. Restando in R&F passo a Tradate per allenare i senior in serie C2 per tre campionati. Successivamente trascorro un paio di stagioni tra 7Laghi Gazzada e col progetto Malnate-Vedano e nel 2016-2017, torno in Pallacanestro Varese per allenare il gruppo Under 17”.
Chiamali, se vuoi, i famosi corsi e ricorsi “vichiani”. Una bella rivincita, o no?
“In fase iniziale sicuramente sì anche perchè Max Ferraiuolo mi chiama per ricostruire da capo il settore giovanile. Mi sento ovviamente gratificato e stimolato da questo ruolo e mi butto in questa avventura cercando, per il mio staff, allenatori bravi, con grandi qualità e motivati a sposare il nuovo progetto. Nei due anni successivi il progetto originario perde forza ed io, vista la malaparata, mi trasferisco in BasketBall Gallarate in un club che mi propone lo stesso obiettivo di PallVarese: in qualità di responsabile costruire, praticamente ex-novo, il settore giovanile e lavorare per portarlo ad alti livelli”.
Beh questa volta, senza tema di smentite, si può dire: missione compiuta, traguardo raggiunto
“Credo proprio di sì perchè nei 5 anni, molto proficui, trascorsi a Gallarate, insieme ai miei validissimi collaboratori abbiamo portato il BBG a darsi una struttura organizzativa e tecnica di prim’ordine. Struttura che, adesso, nell’arco di un ciclo giovanile sta cominciando a produrre risultati concreti con la partecipazione ai campionati giovanili di Eccellenza e con la produzione dei primi giocatori che, targati Gallarate, cominciano a giocare da protagonisti nelle varie categorie senior delle minors. Per la mia esperienza in BBG dal punto di vista professionale mi dichiaro assolutamente soddisfatto, mentre per altri aspetti mi fermo qui e non vorrei aggiungere altro”.
Dopo Gallarate come prosegue il tuo percorso?
“Da un paio sono al 7Laghi Basket Gazzada con l’incarico che mi è più congeniale: responsabile del settore giovanile sia dal punto tecnico sia organizzativo. Anche in 7 Laghi l’idea è quella di costruire una struttura che partendo dal reclutamento di allenatori validi e preparati sia in grado nel giro di qualche anno di affrontare qualche campionato giovanile di livello superiore a quello provinciale. Chiaramente adesso a Gazzada siamo solo all’inizio del cammino, ma la volontà della società, che in questo senso è fondamentale, ci aiuterà a sviluppare bene quello che ho e abbiamo in mente”.
Prima mi hai detto: né rammarico, né rimpianto ma, ad allergia e cruccio, come sei messo?
“Beh, ovviamente qualcosina, a 67 anni c’è. Un pizzico di allergia, quel senso di fastidioso prurito sotto pelle verso quelli che un po’ meno quotati del sottoscritto hanno avuto e hanno tuttora lunghe carriere nella pallacanestro professionistica. E, poi, ho il cruccio di non essere mai riuscito a Varese, a casa mia, a iniziare ma soprattutto concludere un progetto tecnico importante sull’arco dei 5 anni un tempo che, come tutti sanno, è legato ad un ciclo di attività giovanile dagli Under 13 agli Under 18 e al termine del quale, con calma e ragionevolezza, puoi analizzare seriamente lavoro svolto, risultati conseguiti e giocatori prodotti. A Varese questa opportunità non l’ho mai avuta perchè ad un certo punto c’è sempre stato qualcuno che, ritenendosi il più bravo e furbo della compagnia, ha sibilato: “Sì, sì, tutto bello, ma adesso chiudiamola lì perchè da domani si cambia tutto e si farà in altro modo. Che dire: peccato…”
Quando tiri le somme, a cosa pensi?
“Penso, con soddisfazione e grandissimo orgoglio alle mie 19 Finali Nazionali, alle 4 Finali Scudetto delle quali 1 vinta con il gruppo 1993 Robur et Fides, alle centinaia e centinaia di ragazzi che ho avuto la fortuna di allenare, il privilegio di conoscere e l’immenso di piacere di rivedere ogni tanto sui parquet varesini e, non di meno, alle tantissime, stupende persone che lungo la strada mi hanno arricchito umanamente. Le altre persone, quelle grette, invidiose, malevoli e in fondo piccole, non valgono nemmeno una sguardo distratto”.
Come sempre, rispettando la tradizione, chiudiamo questa bellissima e lunga “confessione” con le tue “nomination” partendo dalla squadra giovanile che hai nel cuore da giocatore?
“Scelgo il gruppo del ’59 con cui abbiamo disputato le finali nazionali Cadetti a Caserta. Ti snocciolo alcuni dei nomi, o meglio, i pochi che ancora mi ricordo: Mauro Conconi, Nicola Zanardi, Fabio Colombo e Tiziano Masini”.
E da senior?
“Il mio quintetto senior è già fatto: Beppe Rodà playmaker, Gigio Mentasti da guardia, Franco Balanzoni da ala piccola, Eugenio Canavesi da ala grande e Mauro Conconi da centro”.
Squadra della vita da allenatore delle giovanili?
“Sicuramente il gruppo Robur et Fides della classe 1993 con cui, a Bormio, abbiamo vinto lo scudettino Under 14. Un momento meraviglioso e per me storico in un’annata irripetibile. Non serve aggiungere altre parole. Poi, se me lo consenti, come pensiero conclusivo, vorrei appuntarmi al petto tanti altri “scudetti”, quelli legati ai giocatori che ho allenato da giovani e sono arrivati in serie A: Rusconi, Brignoli, Castaldini, Sorrentino, Tonino Bulgheroni, Andrea Meneghin, Maurizio Giadini e altri ancora. Le emozioni che ho provato nell’averli visti giocare al massimo livello sono qualcosa rimarranno nel mio cuore. Per sempre”.
Massimo Turconi











































