Accontentare una tifoseria è forse la cosa più difficile nel calcio. Per qualcuno basta vincere, ma la realtà è che a vincere è una squadra sola e, paradossalmente, c’è chi riesce a non essere soddisfatto nemmeno quando arrivano i risultati. A Varese, piazza storicamente ambiziosa e passionale, la percezione spesso supera la realtà del campo: l’attuale campionato racconta di una squadra che, per valori e percorso, fin dal principio si sarebbe collocata tra il terzo e il quinto-sesto posto, una dimensione che però fatica a essere accettata dall’ambiente.

Anche per questo motivo il rinnovo del direttore sportivo Alessio Battaglino è stato accolto con una certa “freddezza”: dopo anni in cui si è invocata la continuità del progetto tecnico (che non c’è quasi mai stata), la piazza non sembra in linea con la scelta societaria di proseguire sulla stessa strada. Eppure, quella della dirigenza biancorossa è una decisione chiara, che guarda al futuro e che trova nel ds un interprete convinto: idee chiare, analisi lucida della stagione e la volontà di costruire basi solide per riportare il Varese nel professionismo.

“Come ho già avuto modo di dire – esordisce il direttore sportivo Alessio Battaglino – sentire la fiducia da parte della società è per me un orgoglio. Sono contento che la proprietà abbia apprezzato il mio lavoro che ho portato avanti al massimo delle mie possibilità fin dall’estate: parlare di continuità nel calcio è complicato, e anche a Varese non c’è stata negli ultimi anni, ma questa è una dirigenza coerente con le sue idee e la ringrazio una volta di più perché sento di far realmente parte di questo progetto”.

Qual è il valore di questo Varese? Cosa ha insegnato questa stagione?
“Costruire una squadra da zero non è mai facile, ma voglio precisare fin da subito che vincere non è mai scontato: a volte ci riesci, altre no. Non ho inventato io questo gioco e sono perfettamente consapevole delle responsabilità che rappresentare Varese comporta: proprio su questo aspetto fondante è stata costruita la squadra e c’è tanto di buono su cui lavorare. Al tempo stesso, c’è ovviamente molto da migliorare per arrivare all’obiettivo. Varese deve vincere, siamo d’accordo, ma da quanti anni questa squadra manca nel professionismo? Non ho portato io la squadra nel dilettantismo; io sono qui per provare a fare in modo che possa tornare dove merita di stare”.

In ottica futuribile quanto c’è di buono su cui lavorare?
“Questa è una squadra che è cresciuta davvero tanto e, proprio per questo motivo, è doveroso puntare il dito sulla sconfitta di Romentino: non è una sconfitta accettabile per un gruppo che ha compiuto questa evoluzione e, in tal senso, il primo responsabile sono io. Al tempo stesso, però, è doveroso riconoscere il percorso di crescita che c’è stato dalla Sanremese in avanti e che trascende i risultati: è nostro compito analizzarlo, cosa che puntualmente facciamo con una bella condivisione tra società e area tecnica, e mi sono fatto le mie idee su ciò che c’è da tenere e da migliorare. So che il percorso sarà lungo: il modello Alcione, come ho sentito dire, può essere d’esempio perché il Varese andrà in Serie C per rimanerci”.

In sede di presentazione si era dibattuto sul “Come si costruisce una squadra vincente?”. A distanza di qualche mese, andando sempre a guardare anche alla promozione conquistata con il Sangiuliano, la risposta è sempre quella?
“Sì, e non può essere altrimenti. Non ci sono similitudini perché tutte le stagioni sono diverse l’una dall’altra: quel Sangiuliano era stato costruito sul blocco arrivato dal Fanfulla, rinforzato con elementi che avevano già avuto modo di lavorare con mister Ciceri. Poi tante cose si sono incastrate nel modo giusto. Senza dubbio la continuità nel corso degli anni può fare la differenza, lo dimostra ad esempio il campionato che sta facendo il Ligorna. L’intenzione di confermare qualcuno dalla precedente stagione c’era, anche se per diversi motivi non è stato possibile. Sicuramente parlavamo di un gruppo davvero valido ma, forse con l’eccezione di Bonaccorsi all’Ancona, quasi tutti i giocatori che sono andati via o stanno trovando poco spazio o non sono in lotta per le posizioni di vertice. Non è detto che chi spende di più sale: l’intera Serie D, ad ogni latitudine, è piena di squadre con budget infiniti che non riescono a vincere”.  

Qualche rinnovo c’è già stato, ma per scelta societaria saranno annunciati a tempo debito. Senza fare nomi, in cosa va migliorata questa squadra?
“Serve più peso specifico in campo, più personalità, più carattere e più leadership. Non sono caratteristiche necessariamente da comparare, semmai sono qualità su cui bisogna lavorare: chi è già qui può e deve migliorare da questo punto di vista. Cosa serve per guadagnarsi la riconferma? Dare il massimo in settimana e dimostrare ancor di più rispetto a quanto fatto finora. Il gruppo questa cosa la sa bene”.

Questo discorso vale anche per mister Ciceri?
“Certamente. Il tecnico, al pari dei ragazzi, deve guadagnarsi tutto, come credo di aver fatto io. Dopo un periodo difficile c’è stato un netto cambio di passo: senza fissarci sul giro a vuoto di Romentino, che va comunque tenuto bene a mente, nella maggior parte dei casi abbiamo sempre tenuto il pallino del gioco, battendo ad esempio Vado e Chisola, o perdendo con Sestri Levante e Ligorna andando però a prendere gol su episodi nel momento in cui potevamo girare la partita dalla nostra parte. Insistere su questi segnali positivi è indispensabile”.

Per quanto la stagione debba ancora essere conclusa, lo sguardo dei tifosi è già da tempo orientato alla prossima stagione. Come si gestisce la pressione che una piazza del genere comporta?
“Premetto che avere una tifoseria del genere, che ci segue sempre, è per noi un grande vanto. Detto questo è ovvio che i tifosi non siano soddisfatti e io dalla piazza accetto tutto senza condizionamenti: sono ben consapevole di quale sia il percorso da seguire e di cosa ci sia da costruire. Per me la posizione in cui si chiuderà il campionato è importante, perché dà appeal in ottica futura. Si dice che i playoff non servano: va bene, lo accetto, ma io voglio comunque arrivarci e giocarli al massimo. Il nostro obiettivo è soddisfare la città e la tifoseria, ma soprattutto dare una gioia alla proprietà che ha investito tanto sui Centri Sportivi, sugli Store e sul settore giovanile. So che il risultato ruba sempre la scena, ma c’è davvero tanto di buono che è già stato fatto e che deve essere riconosciuto”.

Aprendo una veloce parentesi di campo, visto che l’esperienza da giocatore non manca, come ci si spiega i giri a vuoto che ci sono stati quest’anno?
“È difficile rispondere. Io cerco sempre di migliorarmi dal punto di vista psicologico: leggo, studio e mi aggiorno tanto perché per il mio lavoro è indispensabile crescere quotidianamente. A Romentino sono il primo ad essere rimasto sconcertato perché non mi aspettavo una prestazione del genere, soprattutto perché in campo c’erano giocatori esperti che arrivavano da prove importanti. Dopo il gol a freddo abbiamo avuto le chance per pareggiare, e non l’abbiamo fatto, andando poi a staccare la spina. Non ci sono scuse per quel blackout che non è tipico della nostra squadra. In altre occasioni, invece, ci è mancata la capacità di far girare gli episodi e qui torniamo alla necessità di aumentare il peso specifico in campo da parte di tutti”.

Andando a chiudere il cerchio, a prescindere da come finirà questa stagione, l’altro elefante nella stanza in quel di Varese è il tema stadio. Tra chi dice che il Comune smuoverà la situazione non appena i biancorossi torneranno in Serie C e chi invece che la società proverà a salire non appena il nuovo Ossola sarà pronto, come si comporterà il ds nella costruzione del Varese 2026/27?
“Il tema stadio non rientra nelle mie competenze, ma i confronti con la società in merito alle migliorie da apportare al gruppo sono all’ordine del giorno. La domanda che personalmente mi pongo è un’altra: che tipo di squadra devo costruire per giocare in questo Franco Ossola? Io lavoro con quello che ho a disposizione e se il terreno da gioco è questo dovremo adattarci di conseguenza; non è un mistero, però, che tutti gli avversari, ultimo il Vado, si lamentino giustamente del campo. Io credo che una proprietà debba avere delle garanzie prima di compiere determinati passi: mi spiace se qualcuno si offenderà o non vorrà capire questo discorso, ma gli investimenti fatti dalla società fino a questo momento dimostrano l’intenzione di voler costruire qualcosa di importante. Credo che bisogni soltanto ringraziare la famiglia Rosati per l’impegno, la passione, le energie, le risorse e la dedizione che mettono al servizio di Varese: se si dovessero tirare indietro, siamo davvero sicuri che altri subentreranno? Ripeto: non abbiamo portato noi il Varese a questo punto, ma stiamo lavorando al massimo delle nostre possibilità per tornare nel professionismo”.

Matteo Carraro

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