
“Dobbiamo ripartire dalla nostra difesa perché abbiamo visto come le ultime 6-7 partite si siano decise nel finale e giocando con questo approccio difensivo si finisce per giocare come se si lanciasse una monetina in aria o una scommessa al casinò quando invece dovremmo giocare come se portassimo i soldi in banca”. Parola di coach Ioannis Kastritis nel post sconfitta nel derby con Cantù per 100-96. Una partita bellissima, carica di quella sana tensione sportiva che da troppo tempo mancava per una sfida dal sapore antico che è attuale e che sa, come pochissime altre nel mondo dello sport, indipendentemente dalla disciplina, accendere gli animi e gli umori non solo dei tifosi ma di tutte le componenti in campo: società, giocatori, staff.
Un match che ci ha consegnato uno spettacolo dal punto di vista del tifo, con un PalaDesio caldissimo ed un popolo, quello varesino, costretto a rinunciare alla trasferta, che ha salutato in maniera commovente la squadra alla partenza dal Campus. Istantanee di un valore che è patrimonio non solo di Varese o di Cantù, ma di tutta la pallacanestro italiana per la passione e l’attenzione che sà muovere una sola partita.
La partita, appunto, che ha detto che Cantù è stata semplicemente più brava di Varese: tatticamente, fisicamente, tecnicamente e mentalmente, nei singoli e nel gruppo. Una partita praticamente perfetta quella degli uomini di coach De Raffaele, vecchio saggio della panchina che ha saputo imbrigliare una Openjobmetis che ha messo in campo comunque una bella prestazione nella quale ha dovuto sapersi riadattare al solito spartito tattico che Chiozza e compagni hanno scompigliato, togliendo la fluidità consueta dei biancorossi nel trovare il tiro da tre punti e costringendoli ad andare ad attaccare il pitturato contro la fisicità di Ballo, Okeke e compagnia, chiave questa del match.
Chiave come lo sono stati i dettagli che si sà, in gare così fanno la differenza: dalla gestione dei possessi (troppe 20 palle perse) alla precisione al tiro (pesantissimo il 48,4% da oltre l’arco con cui Cantù chiude il match), ma anche la freddezza nei momenti chiave, come le bombe di Moraschini e Green che spezzano le gambe a Iroegbu e compagni che pur in mezzo a tante difficoltà erano riusciti a riprendere una partita che a metà quarto quarto sull’84-73, sembrava persa.
Dettagli che però, nel finale di stagione ancor più che in tutto il resto dell’anno, diventano fondamentali per decidere le partite nelle quali si azzerano i valori di classifica a fronte di carattere, voglia, fame e senso d’urgenza che tutti quelli che lottano per un obiettivo, che sia la salvezza o i playoff, mettono in campo, chi più e chi meno.
Diventa allora fondamentale essere padroni del proprio io, della propria identità, per controllare il controllabile ed evitare di diventare vittime inconsapevoli di quel vortice d’incertezza capace di tirare dentro tutte le squadre, nessuna esclusa. Identità che per Varese vuol dire difesa, difesa che vuol dire sacrificio fisico ed applicazione mentale, due delle cose più complicate da mettere in campo a fine stagione, perché vittime di quella stanchezza fisiologica che è normale in tutti, a maggior ragione in una squadra chiamata a dare sempre il meglio di sé per poter performare ad un certo livello, quale quello dei playoff.
Identità che vuol dire saper raccogliere il peso di una sconfitta molto più pesante nel morale e nella testa che nelle gambe, per costruire una reazione immediata e che sappia portare a quell’obiettivo talmente prezioso da custodire con la stessa cura con cui si portano i soldi in banca, senza avere la leggerezza e la spensieratezza di quando si lancia una monetina per aria e si affida al caso il proprio destino o come quando ci siede ad un tavolo del casinò, perché nulla può essere lasciato al caso adesso, a due giornate dal termine, quando la forza del proprio io, la capacità di mettere in campo la propria identità, fa sì che si possa prendere in mano il proprio destino e condurlo al più dolce degli epiloghi.
Alessandro Burin























